Referendum costituzionale in Serbia: l’appoggio di USA, UE e UK

Pubblicato il 14 gennaio 2022 alle 17:05 in Europa Serbia

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Stati Uniti, Francia, Germania, Italia, Regno Unito ed Unione Europea hanno accolto con favore il referendum in Serbia del 16 gennaio sulle riforme costituzionali che, tra le altre cose, avvicinerà Belgrado all’UE. 

In una dichiarazione congiunta del 14 gennaio, la votazione è stata definita “un passo chiave per rafforzare l’indipendenza della magistratura”. Tra le varie riforme che attendono l’approvazione, infatti, è prevista la depoliticizzazione della nomina di pubblici ministeri e giudici. Questa modifica aiuterebbe la Serbia a qualificarsi per un’eventuale adesione all’Unione Europea. Tuttavia, permangono le tensioni con il Kosovo. “Rileviamo con rammarico che il governo del Kosovo non ha consentito all’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE) di raccogliere schede di elettori idonei che vivono in Kosovo per il prossimo referendum”, si legge nella dichiarazione congiunta, che esorta Pristina a consentire ai serbi di esercitare il proprio diritto al voto. Da parte sua, il primo ministro kosovaro, Albin Kurti, ha affermato che i serbi del Kosovo possono votare “per posta o nell’ufficio di collegamento [serbo] a Pristina”.

La Costituzione della Serbia del 2006 è stata adottata in un momento di forti tensioni sul futuro del Kosovo. Il testo definiva l’ex provincia serba come parte integrante e inviolabile del territorio di Belgrado, una pretesa che la maggioranza albanese ha sempre rifiutato e che è risultata in una nuova dichiarazione d’indipendenza da parte di Pristina, nel 2008. Questa mossa aveva nuovamente ri-acceso le tensioni, alla luce del sanguinoso conflitto che si era verificato a seguito della prima dichiarazione d’indipendenza del Kosovo, nel 1990. Non solo, la Costituzione prevedeva anche una serie di altre norme che hanno sollevato dubbi tra gli osservatori internazionali, tra cui la nomina da parte del Parlamento di giudici e pubblici ministeri, con conseguente sbilanciamento dei poteri e scarse garanzie di indipendenza per la magistratura. 

La nuova riforma costituzionale, a referendum il 16 gennaio, prevede quindi una depoliticizzazione delle nomine in questione ed esclude, inoltre, qualsiasi rappresentante del potere legislativo o esecutivo – tranne il ministro della Giustizia – dall’appartenenza ad organi giudiziari. Questo porterebbe, per esempio, il deputato Vladimir Djukanovic, un membro del Partito Progressista al potere, a perdere il suo ruolo di membro ex officio sia dell’Alto Consiglio Giudiziario sia del Consiglio di Stato dei pubblici ministeri. Nonostante rappresenti il Partito al governo, Djukanovic, che è a capo della Commissione Parlamentare per la Giustizia, la Pubblica Amministrazione e il Governo Locale, ha annunciato che voterà contro il referendum di domenica 16 gennaio, sostenendo che dalla riforma emergerebbe un “sistema parallelo innaturale”, sul quale “nessuno avrà alcun controllo, mentre i giudici decideranno sul destino dei cittadini”. 

La riforma e il referendum sono state proposte dalla coalizione di governo del presidente della Repubblica, Aleksandar Vucic. La campagna per il No, invece, è sostenuta da partiti extraparlamentari di opposizione, dai socialdemocratici ai sovranisti, con altri, come il Partito Democratico di Serbia e il Partito della Libertà e Giustizia, che chiedono di boicottare il voto. Tuttavia, l’approvazione della riforma rappresenterebbe un allineamento di Belgrado con gli standard europei, come sottolineato sia da Bruxelles e Washington, sia dall’esecutivo della Serbia. “È nell’interesse del popolo serbo confermare questa decisione che sarà un grande passo avanti sulla strada della Serbia verso l’UE“, ha affermato Ivica Dacic, presidente del Parlamento e leader dei socialisti, nonché partner di governo del Partito Progressista Serbo (SNS) di Vucic. Ciononostante, ci sono ancora altri settori in cui l’UE ritiene che Belgrado debba ancora garantire ulteriori sforzi per conformarsi al cosiddetto “acquis comunitario” europeo. 

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Maria Grazia Rutigliano 

di Redazione

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