Mali: manifestazioni filo-governative contro l’ECOWAS

Pubblicato il 14 gennaio 2022 alle 19:55 in Africa Mali

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I cittadini del Mali sono scesi in piazza, venerdì 14 gennaio, a seguito dell’appello della giunta militare a manifestare contro le sanzioni imposte il 9 gennaio dalla Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (ECOWAS). 

La notizia è stata riferita dal quotidiano AfricaNews, che cita i corrispondenti dell’AFP presenti in territorio maliano. Nella capitale Bamako, migliaia di persone si sono radunate in una piazza centrale, per una manifestazione organizzata dal governo ad interim, dominato dai militari, indossando i colori nazionali, rosso, giallo e verde. Inoltre, una grande folla si è riunita nella città settentrionale di Timbuctù e i social media hanno mostrato immagini di proteste anche nelle città meridionali di Kadiolo e Bougouni. 

Le mobilitazioni arrivano dopo che il colonnello, Assimi Goita, che aveva preso il potere dopo il colpo di Stato dell’agosto del 2020, ha esortato i maliani a “difendere la patria”. Intanto, sempre il 14 gennaio, il suo ufficio ha affermato che il governo ad interim del Mali ha elaborato un “piano di risposta” alle sanzioni, senza specificare i dettagli. Ha aggiunto che l’esecutivo rimane aperto al dialogo con le istituzioni regionali. 

Il 9 gennaio, l’ECOWAS ha annunciato la chiusura dei confini con il Mali, la cessazione dei rapporti diplomatici e l’imposizione di ulteriori sanzioni, in risposta a quello che è stato definito un “inaccettabile” ritardo nell’organizzazione di nuove elezioni. L’organizzazione economica regionale africana aveva concordato, insieme all’esecutivo militare maliano, un periodo di transizione di 18 mesi a seguito del colpo di Stato che aveva deposto il precedente sovrano, tra il 18 e il 19 agosto del 2020. Questo processo sarebbe dovuto terminare con nuove lezioni presidenziali e legislative entro febbraio del 2022.

Tuttavia, il 24 maggio 2021, l’esercito aveva arrestato l’allora presidente ad interim, Bah Ndaw, e l’ex primo ministro, Moctar Ouane, i quali avevano presentato le dimissioni dai rispettivi incarichi, il successivo 27 maggio. L’arresto arrivava a seguito di un tentativo di rimpasto di governo che avrebbe tolto a due rappresentanti dell’esercito due Ministeri chiave, quello della Difesa e quello della Sicurezza. L’esercito aveva quindi chiesto sostegno dell’opposizione, assicurando la nomina di primo ministro a Choguel Maiga. Nonostante le pressioni internazionali, il 26 settembre, il premier Maiga aveva annunciato che le elezioni sarebbero state posticipate di “alcuni mesi”. Il 30 dicembre 2021, le autorità maliane avevano concluso che il processo per arrivare ad elezioni libere e democratiche sarebbe potuto durare fino a 5 anni. 

Intanto, secondo Africa News, il Mali sta già cominciando a sentire gli effetti delle sanzioni. Diverse compagnie aeree, tra cui Air France, hanno sospeso i voli per Bamako. Il Paese è anche a rischio di mancanza di liquidità. Kako Nubukpo, commissario dell’Unione Economica e Monetaria dell’Africa Occidentale, ha affermato che il Mali è “tagliato fuori dal resto del mondo”. Intanto, Stati Uniti, Francia ed Unione Europea hanno dichiarato il loro sostegno alle sanzioni dell’ECOWAS. Il 13 gennaio, il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha affermato che è “assolutamente essenziale che il governo del Mali presenti un calendario elettorale accettabile”.

Intanto, la comunità internazionale rimane preoccupata per la crescente presenza della Russia e dei suoi mercenari della compagnia Wagner in territorio maliano. In tale contesto, è importante specificare che il Mali è considerato uno dei Paesi più insicuri della regione del Sahel, a causa delle crescenti violenze ad opera di militanti armati e organizzazioni islamiste, che non fanno che esasperare i conflitti inter-etnici esistenti. La situazione nella regione è cominciata a peggiorare dal 2012, quando il Mali ha affrontato una rivolta armata nel Nord del Paese, guidata da tuareg alleati con combattenti di al-Qaeda. Le ostilità si sono quindi propagate in Burkina Faso e in Niger, dove i militanti affiliati allo Stato Islamico e alla rete qaedista hanno sfruttato a loro vantaggio le divisioni esistenti. Proprio le aree in cui convergono i confini tra questi Paesi (la cosiddetta “tri-border area”) sono state teatro di crescenti violenze. 

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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