Israele: continuano le proteste nel Negev

Pubblicato il 14 gennaio 2022 alle 9:05 in Israele Medio Oriente

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

La regione desertica del Negev, nel Sud di Israele, è stata teatro, per il terzo giorno consecutivo, di violente manifestazioni, che hanno visto centinaia di beduini scontrarsi con le forze dell’ordine israeliane. L’origine delle tensioni è da ricollegarsi alla decisione del Fondo Nazionale Ebraico (JNF) di rimboschire un’area che ospita circa 160.000 beduini.

Secondo quanto riportato da fonti israeliane, nel pomeriggio del 13 gennaio, i manifestanti hanno ostacolato la strada statale 31, nei pressi del villaggio di Sawe al-Atrash, lanciando pietre contro gli agenti di polizia. I video diffusi in rete hanno mostrato le forze di sicurezza impiegare gas lacrimogeni e granate stordenti per placare le proteste. Testimoni locali hanno affermato il luogo della manifestazione, Sawe al-Atrash, si è trasformato in una zona di guerra, dove la polizia israeliana ha concesso ai manifestanti dieci minuti per disperdersi prima che iniziassero a sparare proiettili di gomma ed esplosivi. Almeno 12 individui, tra i gruppi di beduini, sono rimasti feriti, di cui 3 trasferiti in ospedale, mentre altri 13 sono stati arrestati. Nella notte precedente, tra il 12 e il 13 gennaio, sono stati 21 i manifestanti arrestati a Tel Sheva, Segev Shalom e Rahat. Il giorno precedente, il numero dei detenuti è stato pari a 18. “Consentiremo la libertà di protesta fintanto che sarà fatto secondo la legge e agiremo con tolleranza zero contro i disordini”, si legge in una dichiarazione della polizia israeliana.

I disordini sono scoppiati il 10 gennaio, data in cui poliziotti israeliani, a bordo di diversi veicoli, sono entrati nell’area orientale di Beersheba, nel deserto del Negev, per livellare terreni appartenenti a famiglie locali, facendo presagire una loro confisca. Ciò si è verificato dopo che, il giorno precedente, il 9 gennaio, il Fondo Nazionale Ebraico, un ente semi-governativo che sovrintende il 13% dei territori di Israele, ha iniziato a piantare alberi su terreni contesi nel Negev. La risposta è stata immediata e le proteste dei residenti beduini sono presto sfociate in scontri.

I beduini considerano circa 600 chilometri quadrati della parte centrale del Negev di loro proprietà, mentre le autorità israeliane contestano tale rivendicazione parlando di terre demaniali, e hanno spesso messo in luce l’importanza strategica dell’intero deserto per Israele. Sin dal 1948, la comunità beduina, musulmana, ha fatto fronte a politiche statali di espropriazione, sfollamento e demolizione di abitazioni. Più della metà dei 160.000 beduini residenti nel deserto israeliano del Negev vive in sei villaggi non riconosciuti da Israele, il quale li lascerebbe privi di risorse idriche, elettricità e altre infrastrutture di base. Il governo israeliano ha provato a trasferirli in città pianificate e riconosciute, ma la maggior parte dei beduini ha rifiutato, insistendo sul proprio diritto di rimanere dove si trovano. Circa le operazioni di rimboschimento, queste sono considerate dai beduini un tentativo, da parte di Israele, di espellere i residenti dei villaggi non riconosciuti e di impossessarsi di terre contese. Da parte sua, il JNF, noto anche come Keren Kayemet L’Yisrael, afferma che sta semplicemente piantando alberi su terreni demaniali, mentre gli esperti ambientali vedono l’imboschimento delle terre nazionali israeliane come un obiettivo ecologico chiave. Al momento, le operazioni sembrano essere state interrotte e fonti non ufficiali hanno parlato del possibile riconoscimento, da parte del governo israeliano, di 10-12 villaggi di beduini.

Uno dei pericoli dei disordini del Negev riguarda altresì la coalizione di governo israeliana guidata da Naftali Bennett, che rischia di sfaldarsi. A tal proposito, il leader del partito islamico Ra’am, Mansur Abbas, ha precedentemente giustificato le proteste e ha minacciato di non sostenere più la coalizione in Parlamento finché i beduini non saranno stati tranquillizzati e le operazioni di rimboschimento a Sud fermate. In risposta alle dichiarazioni di Mansour Abbas, un membro di Yamina, Nir Orbach, ha annunciato che neanche lui avrebbe partecipato alle votazioni del plenum fintanto che Ra’am si fosse rifiutato. Pareri simili sono stati espressi anche da altri deputati. Con una stretta maggioranza di 61 seggi alla Knesset, il Parlamento israeliano, le assenze minacciano di impedire alla coalizione di approvare qualsiasi legge finché la crisi continua. Dal canto suo, la destra nazionalista, guidata dall’ex premier, Benyamin Netanyahu, sembra voler sfruttare la crisi per provocare lo sfaldamento del governo. “Di fronte alle violenze è più necessario che mai che la forestazione prosegua” ha affermato Likud, il partito guidato da Netanyahu.
 

 

Leggi Sicurezza Internazionale, il quotidiano italiano interamente dedicato alla politica internazionale

Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.