Iraq: missili contro l’ambasciata degli USA a Baghdad, feriti 2 civili

Pubblicato il 14 gennaio 2022 alle 8:08 in Iraq Medio Oriente

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Una bambina e una donna sono rimaste ferite a seguito di un attacco missilistico condotto, nella sera del 13 gennaio, contro la Green Zone di Baghdad, un’area fortificata sede di istituzioni governative e ambasciate, tra cui quella statunitense. Per l’Onu, si tratta di un tentativo “spietato” di destabilizzare l’Iraq.

A dare notizia dell’accaduto è stata la Security Media Cell irachena, la quale ha parlato di un “atto terroristico codardo”, che ha preso di mira innocenti residenti nella Green Zone e nel quartier generale delle missioni diplomatiche, la cui protezione è tra i compiti delle forze di sicurezza irachene. Stando a quanto specificato, “una serie di missili” è stata lanciata dalla zona di al-Dora, nel Sud di Baghdad. Di questi, uno è precipitato all’interno della scuola “Elaf”, situata nei pressi di un complesso residenziale, al- Qadisiyah. Due funzionari della sicurezza, in condizioni di anonimato, hanno poi riferito che almeno 4 missili hanno preso di mira l’ambasciata statunitense a Baghdad, e 3 sono caduti all’interno del perimetro del compound di Washington. Le forze di sicurezza, è stato aggiunto, sono tuttora impegnate a verificare i danni e le eventuali vittime provocate. Stando a quanto specificato da altre fonti, inoltre, durante l’attacco è stato udito il sistema di difesa missilistico C-RAM, impiegato dagli USA per intercettare e distruggere missili, artiglieria e colpi di mortaio.

A seguito dell’accaduto sono state diverse le voci di condanna e preoccupazione. Il presidente iracheno uscente, Barham Salih, ha affermato che colpire missioni diplomatiche e mettere in pericolo la vita dei civili rappresenta un “atto terroristico criminale e un colpo agli interessi dell’Iraq e alla sua reputazione a livello internazionale”. A detta del capo di Stato, si tratta di azioni che mirano a ledere i “diritti nazionali costituzionali” e, in particolare, la formazione di un governo “in grado di proteggere la sovranità e la sicurezza dei cittadini”. Nel condannare l’episodio, Salih ha infine sottolineato “la necessità di rimanere uniti contro questi crimini”. Muqtada al-Sadr, clerico sciita vincitore delle ultime elezioni legislative del 10 ottobre 2021, ha affermato che episodi come quello del 13 gennaio rallentano il processo di ritiro delle forze statunitensi, e, per il leader sciita, questo è lo scopo degli attentatori, i quali starebbero cercando un pretesto per impiegare le armi.

Anche la Missione delle Nazioni Unite in Iraq, UNAMI, ha condannato quanto accaduto, affermando che la pace e la sicurezza sono dei prerequisiti da dover porre tra le priorità di politica interna dell’Iraq, necessarie per riaffermare la sua sovranità. Dal canto suo, l’ambasciata statunitense a Baghdad ha rilasciato una dichiarazione in cui ha confermato che il proprio compound è stato attaccato da “gruppi terroristici” che cercano di minare la sicurezza, la sovranità e le relazioni internazionali dell’Iraq.

Sino ad ora, l’attacco del 13 gennaio non è stato rivendicato. Tuttavia, è da settimane che gli obiettivi statunitensi in Iraq sono minacciati da attentati simili, condotti in concomitanza con il secondo anniversario della morte di Qassem Soleimani, il generale iraniano a capo della Quds Force, ucciso, il 3 gennaio 2020, a seguito di un raid ordinato dagli Stati Uniti. Oltre al generale della Quds Force, anche il vicecapo delle Forze di Mobilitazione Popolare irachene, Abu Mahdi al-Muhandis, ha perso la vita in quella occasione. A tale gesto, a partire dall’8 gennaio dello stesso anno, l’Iran ha risposto con attacchi ai presidi statunitensi in Iraq, che si sono poi ripetuti nel corso dei mesi successivi. Uno degli obiettivi presi di mira, sin da ottobre 2019, è stata la stessa Green Zone di Baghdad.

Tra gli episodi del 2022, le forze di sicurezza irachene hanno riferito di aver intercettato, nella sera del 5 gennaio, un drone non identificato, diretto verso Ain al-Asad, base situata nell’Ovest dell’Iraq, bersagliata da 5 missili poche ore prima. La stessa base, il 4 gennaio, è stata oggetto di un attentato perpetrato per mezzo di due droni, anche in tal caso intercettati e abbattuti prima di colpire l’obiettivo. Il 3 gennaio, invece, il sistema di difesa missilistico C-RAM, volto a salvaguardare le strutture degli USA in Iraq, ha sventato un altro attacco, anch’esso effettuato per mezzo di droni, diretto contro l’aeroporto di Baghdad. Ad essere preso di mira è stato il Baghdad Center for Diplomatic Support, situato nei pressi della base Victory, il quale ospita membri della coalizione internazionale anti-ISIS. Lo scalo aeroportuale della capitale è stato preso di mira anche il 5 gennaio da 4 missili Katyusha.

Per le autorità di Baghdad, l’episodio del 3 gennaio 2020 era da considerarsi una forma di violazione della sovranità irachena, il che aveva spinto il Parlamento, il 5 gennaio dello stesso anno, a votare a favore dell’espulsione di tutte le truppe straniere dal Paese. Di fronte a tale scenario, il premier iracheno uscente, Mustafa al-Kadhimi, insediatosi il 7 maggio 2020, ha avviato un “dialogo strategico” con l’amministrazione degli USA di Joe Biden, che ha portato all’accordo del 26 luglio 2021, volto a chiudere formalmente la missione di combattimento statunitense in Iraq. A tal proposito, il 29 dicembre scorso, è stato al-Kadhimi stesso a confermare, sul proprio account Twitter, che la Coalizione ha completato il proprio “ruolo di combattimento” e ha trasferito personale e armi al di fuori dei territori iracheni. Come concordato nel corso del dialogo strategico, il ruolo di Washington e della coalizione sarà, d’ora in poi, di consigliare, assistere e addestrare le forze di sicurezza irachene. Tuttavia, sono diversi i gruppi filoiraniani, tra cui il movimento Hoqooq, ala politica delle Brigate di Hezbollah, che continuano ad opporsi alla presenza statunitense in Iraq, qualsiasi sia lo scopo. 

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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