Nuove sanzioni degli USA in Iran, Siria e Uganda

Pubblicato il 8 dicembre 2021 alle 12:01 in Iran Siria USA e Canada

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Gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni ad oltre una decina di persone ed entità in Iran, Siria e Uganda, accusate di essere collegate a gravi violazioni dei diritti umani. 

Il 7 dicembre, il Dipartimento del Tesoro ha riferito di aver designato, tra gli altri, alcuni individui ed entità collegate ad attività di repressione violenta dei manifestanti pacifici in Iran e agli attacchi con armi chimiche contro civili in Siria. “Il Tesoro continuerà a difendersi dall’autoritarismo, promuovendo la responsabilità contro la repressione violenta delle persone che cercano di esercitare i propri diritti umani e le proprie libertà fondamentali”, ha affermato nella nota Andrea Gacki, direttore dell’Ufficio per il controllo dei beni esteri del Tesoro.

Secondo la dichiarazione, Washington ha inserito nella lista nera due alti ufficiali dell’aeronautica siriana accusata di essere responsabili di attacchi con armi chimiche contro civili e tre alti ufficiali dell’apparato di sicurezza e intelligence della Siria. Anche il capo dell’intelligence militare dell’Uganda, il maggiore generale Abel Kandiho, è stato colpito da sanzioni per presunte violazioni dei diritti umani commesse sotto la sua sorveglianza. L’esercito ugandese ha risposto, lo stesso 7 dicembre, dichiarando di essere deluso da tale decisione, presa senza un giusto processo.

In Iran, gli Stati Uniti hanno designato le unità speciali delle forze dell’ordine e delle forze speciali antiterrorismo iraniane, nonché molti dei loro funzionari, e Gholamreza Soleimani, che comanda la milizia iraniana Basij. Anche due istituti carcerari e un direttore della prigione sono stati inseriti nella lista nera. Teheran ha criticato Washington per aver imposto nuove sanzioni, pochi giorni prima della ripresa dei colloqui a Vienna per il salvataggio dell’accordo nucleare iraniano del 2015. Le discussioni a tale proposito sono state interrotte, il 3 dicembre, quando i funzionari europei hanno espresso contrarietà di fronte alle richieste del nuovo governo iraniano.

I colloqui di Vienna hanno avuto inizio il 29 novembre scorso e vedono la partecipazione di delegati di Iran, Cina, Russia, Germania, Francia e Regno Unito. L’obiettivo è rilanciare l’accordo siglato nel 2015, altresì noto come Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), e favorire il ritorno degli USA nell’intesa. Gli Stati Uniti sono rappresentati dal proprio inviato speciale, Rob Malley, il quale, però, ha preso parte ai negoziati in modo indiretto, in quanto Teheran si è rifiutata di negoziare direttamente con Washington fino a una completa rimozione delle sanzioni. Per l’Iran, invece, è presente il viceministro degli Esteri e “capo negoziatore”, Ali Bagheri Kani, un diplomatico definito “ultraconservatore”. 

In tale contesto si inserisce anche il tema del rapporto tra USA e Israele. Quest’ultimo ha più volte criticato l’accordo sul nucleare iraniano del 2015, così come il possibile ritorno di Washington nell’intesa, e si è precedentemente detto contrario a qualsiasi dialogo che potesse portare Teheran a sviluppare le proprie capacità nucleari, alla luce dei rischi derivanti dalla possibile produzione di armi. È stato il premier israeliano, Naftali Bennett, a chiedere agli USA di sospendere i colloqui di Vienna, accusando l’Iran di “ricatto nucleare” come tattica negoziale. Pertanto, l’unica soluzione è interrompere i meeting e adottare misure rigorose. Il primo ministro ha poi evidenziato che l’Iran ha avviato le procedure di arricchimento dell’uranio a un livello del 20%, attraverso centrifughe avanzate situate nell’impianto sotterraneo di Fordow, come riportato anche dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA).

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Maria Grazia Rutigliano 

di Redazione

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