Tensioni Cina-USA per il boicottaggio delle Olimpiadi invernali

Pubblicato il 7 dicembre 2021 alle 19:36 in Cina USA e Canada

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Il 6 dicembre, gli Stati Uniti hanno annunciato che boicotteranno le Olimpiadi invernali del 2022 in Cina, a causa delle preoccupazioni relative alla tutela dei diritti umani nel Paese, causando una dura reazione da parte di Pechino. 

La Casa Bianca ha affermato che nessuna delegazione ufficiale sarà inviata ai Giochi invernali, come segnale per i timori relativi alla scarsa tutela dei diritti umani in Cina. Tuttavia, ha specificato che gli atleti statunitensi possono partecipare alle competizioni e avrebbero il pieno sostegno del governo. La Cina, da parte sua, ha definito la mossa di Washington una “farsa politica autodiretta”. La portavoce della Casa Bianca, Jen Psaki, che ha confermato la notizia, ha dichiarato che l’amministrazione non avrebbe potuto contribuire alla “fanfara” delle Olimpiadi, considerata la situazione nel Paese. “La rappresentanza diplomatica o ufficiale degli Stati Uniti dovrebbe trattare questi giochi come una normale attività, nonostante le eclatanti violazioni dei diritti umani e atrocità della Repubblica Popolare cinese nello Xinjiang”, ha affermato. “Semplicemente non possiamo farlo”, ha aggiunto. 

Il 7 dicembre, il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Zhao Lijian, ha dichiarato che saranno prese “risolute contromisure” contro questo boicottaggio, durante un briefing con i media a Pechino, città che aveva ospitato le Olimpiadi estive del 2008. “Gli Stati Uniti pagheranno un prezzo per i loro atti sbagliati”, ha affermato. Non è ancora chiaro se altri Paesi si uniranno al boicottaggio di Washington. A tale proposito, il segretario di Stato Antony Blinken aveva affermato che gli alleati erano stati consultati al riguardo ed era stato scelto un “approccio condiviso”. Il Ministero degli Esteri canadese ha affermato di “rimanere profondamente turbato dalle preoccupanti segnalazioni di violazioni dei diritti umani in Cina”, aggiungendo che stava continuando a discutere della questione con i partner e gli alleati. Anche Australia, Gran Bretagna, Paesi Bassi e Giappone hanno comunicato che stanno ancora valutando le loro posizioni.

In una decisione separata, il vice primo ministro della Nuova Zelanda, Grant Robertson, aveva annunciato per primo che il Paese non avrebbe inviato funzionari governativi in Cina. Tuttavia, tale decisione si era basata in gran parte sulle preoccupazioni relative al COVID-19. Sul fronte europeo, Stefano Sannino, capo del servizio diplomatico dell’UE, ha specificato che i boicottaggi sono una questione che viene decisa dai singoli Stati membri e non rientra nel quadro della politica estera comune dell’Unione. 

Intanto, la mossa di Washington si inserisce in un contesto caratterizzato da una crescente tensione diplomatica tra i due Paesi, in un momento molto delicato per gli accordi preliminari che hanno messo in pausa la cosiddetta “guerra commerciale” tra le due grandi potenze, iniziata a marzo del 2018. Il 10 novembre, il presidente cinese, Xi Jinping, ha messo in guardia la comunità internazionale riguardo ad un ritorno alle tensioni “dell’era della Guerra Fredda”, con uno specifico riferimento alle tensioni con gli USA e alla situazione nel Pacifico. Gli Stati Uniti hanno più volte sollevato preoccupazioni e messo in atto dimostrazioni di forza per contrastare le attività di Pechino nel Mar Cinese Meridionale o quelle in relazione ad Hong Kong e Taiwan. Un’altra questione aperta sono le accuse rivolte alla Cina da Washington per violazioni dei diritti umani nello Xinjiang ai danni della minoranza musulmana degli uiguri. 

Secondo Washington e altri alleati occidentali, la Cina ha perpetrato violazioni dei diritti umani ai danni degli uiguri e di altri abitanti dello Xinjiang, attuando politiche di repressione che includono la detenzione, rieducazione, torture e lavori forzati. Secondo i dati forniti da Human Rights Watch (HRW), Pechino avrebbe rinchiuso almeno un milione di uiguri in “campi rieducativi”, dal 2016. L’organizzazione ha anche fatto riferimento a segnalazioni di violazioni di vario tipo, tra cui persone che sono scomparse o sono state torturate. Gli USA, lo scorso 19 gennaio, sono stati il primo Paese ad accusare formalmente la Cina di genocidio e crimini contro l’umanità nei confronti della minoranza musulmana uigura nella regione dello Xinjiang. 

Il governo di Pechino, da parte sua, ha sempre negato qualsiasi forma di oppressione nei confronti degli uiguri e ha motivato l’istituzione dei cosiddetti “campi di educazione e addestramento” nello Xinjiang sostenendo che questi servano a frenare e arginare i movimenti separatisti violenti e le organizzazioni estremiste presenti nella regione. In particolare, per Pechino, tra gli uiguri vi sarebbero militanti collegati all’organizzazione East Turkestan Islamic Movement (ETIM), fondata nel 1993 da gruppi di jihadisti di etnia uigura provenienti proprio dalla regione autonoma cinese dello Xinjiang, il cui obiettivo sarebbe quello di istituire uno Stato islamico indipendente nel Turkestan dell’Est, nome utilizzato dai separatisti per riferirsi a questa area. 

Le tensioni sulle questioni degli uiguri tra la Cina e alcuni Paesi occidentali sono aumentate quando, nel mese di marzo 2020, il Regno Unito, il Canada e l’Unione europea (UE) si sono unite agli USA nell’imporre sanzioni contro individui e organizzazioni accusate di essere coinvolte nella violazione dei diritti umani nello Xinjiang. Pechino aveva quindi risposto adottando a sua volta sanzioni.

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Maria Grazia Rutigliano 

di Redazione

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