Indonesia: proteste dei rifugiati afghani

Pubblicato il 6 dicembre 2021 alle 7:11 in Indonesia

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Da un mese un gruppo di profughi afghani, alcuni dei quali vivono in Indonesia da quasi dieci anni, ha organizzato proteste giornaliere allestendo un ricovero di fortuna di fronte all’ufficio dell’Organizzazione indonesiana per le migrazioni (IOM) nella città di Medan, dormendo in tende montate nel piazzale antistante. In tale contesto, uno dei rifugiati, Ahmad Shah, ha cercato di togliersi la vita dandosi fuoco.

Un altro rifugiato presente sulla scena, Ezat Najafi, ha dichiarato che il 22enne Shah ha versato benzina sui suoi vestiti e ha tirato fuori due accendini, uno per mano. I tentativi di dissuaderlo e fermarlo sono stati inutili ma una guardia di sicurezza è intervenuta con un estintore e ha spento le fiamme. Secondo quanto riferito da altri rifugiati, il 22enne è stato dapprima portato in un ospedale privato, per poi essere trasferito in uno degli ospedali pubblici di Medan lo stesso giorno dall’OIM. Secondo i suoi amici, però, l’organizzazione non avrebbe voluto pagare per le sue cure mediche.

Shah si era recato in Indonesia da adolescente nel 2016, e stava aspettando di essere ricollocato da cinque anni. I suoi amici hanno riferito ad Al Jazeera English che l’incertezza, unita a un problema di salute a lungo termine, lo hanno fatto cadere in depressione. Dal 2016, sono stati almeno 13 i rifugiati afghani sono morti suicidi in Indonesia, dopo aver trascorso da sei a undici anni in attesa di essere reinsediati.

L’OIM, che è responsabile di prendersi cura dei rifugiati mentre sono in Indonesia in attesa di reinsediamento in un Paese terzo, ha affermato di essere “profondamente preoccupata per l’incidente accaduto a Medan”. L’organizzazione ha poi aggiunto che si stava coordinando con l’ospedale e le parti interessate per prendersi cura dei feriti, dichiarando anche che: “L’OIM continuerà a fornire programmi sanitari, psicosociali e di protezione per supportare tutti i rifugiati a Medan e in tutto il Paese”.

Secondo i rifugiati, tuttavia, l’OIM non sarebbe andata a parlare con loro in seguito all’incidente e non avrebbe fornito loro un sostegno adeguato negli ultimi anni. Un partecipante alle manifestazioni ha dichiarato: “Ecco perché abbiamo lasciato l’alloggio fornito dall’OIM e abbiamo creato questo campo. Vogliamo far sentire la nostra voce […] Siamo qui da anni e non è successo nulla. Siamo bloccati in mezzo al nulla in questo momento così precario. Tutti soffriamo di problemi psicologici”.

La direttrice della Fondazione Geutanyoe, un’ONG che fornisce istruzione e supporto psicosociale ai rifugiati in Indonesia e Malesia, Rima Shah Putra, ha detto ad Al Jazeera che uno dei principali ostacoli per i rifugiati in Indonesia è la mancanza di risposte definitive su quando saranno reinsediati in un Paese terzo.

L’Indonesia non è tra gli Stati che hanno firmato la Convenzione relativa allo statuto dei rifugiati del 28 luglio 1951 e il suo Protocollo del 1967. Il governo di Jakarta non consente ai richiedenti asilo di lavorare o di accedere all’istruzione e alla sanità pubbliche. È poi vietato loro possedere un’auto o una moto, viaggiare fuori dai confini della città o andare all’università. L’OIM fornisce alloggio, di solito in vecchi hotel, e fornisce un’indennità per cibo e generi di prima necessità. Ogni rifugiato adulto riceve 1.250.000 rupie indonesiane, pari a circa 86dollari, al mese e ogni bambino riceve 500.000 rupie indonesiane, corrispondenti a circa 34 dollari.

Secondo stime dell’Onu di aprile 2021, gli afghani rappresentano poco più della metà dei 13.400 rifugiati presenti in Indonesia e sono per lo più di etnia hazara, un gruppo etnico di lingua persiana prevalentemente formato da musulmani sciiti che sono stati perseguitati per decenni in Afghanistan, Paese a maggioranza sunnita. Molti richiedenti asilo si sono recati in Indonesia come punto di partenza per raggiungere l’Australia in barca. Tuttavia, dal 2013, il governo australiano ha respinto le navi nelle acque indonesiane. Altri attendono il reinsediamento altrove, di solito in Paesi come gli Stati Uniti o il Canada.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese  

 

 

di Redazione