Myanmar: i militari hanno ucciso 65 manifestanti, la denuncia di HRW

Pubblicato il 3 dicembre 2021 alle 10:28 in Asia Myanmar

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Human Rights Watch (HRW) ha affermato che l’uccisione di almeno 65 manifestanti a Yangon, la più grande città del Myanmar, il 14 marzo scorso, è stata pianificata e premeditata e che i colpevoli devono essere assicurati alla giustizia. L’organizzazione ha basato tali conclusioni su interviste con sei testimoni e analisi di 13 video e 31 fotografie della violenza pubblicate sui social media.

In un rapporto pubblicato il 2 dicembre, HRW ha accusato i militari birmani di aver accerchiato deliberatamente e di aver usato mezzi letali contro una folla di manifestanti radunati nel quartiere operaio Hlaing Tharyar di Yangon. I partecipanti stavano protestando contro la presa del potere da parte dell’esercito del primo febbraio precedente e contro la deposizione del governo civile che aveva fino ad allora guidato il Paese. HRW ha affermato: “Soldati e polizia armati di fucili d’assalto dell’esercito hanno sparato sui manifestanti intrappolati e su coloro che cercavano di aiutare i feriti, uccidendo almeno 65 persone, tra manifestanti e passanti”. HRW ha sostenuto che non è stata intrapresa alcuna azione contro alcun membro delle forze di sicurezza e nessun funzionario del governo.

La ricercatrice birmana di Human Rights Watch, Manny Maung, ha affermato che le azioni delle forze di sicurezza “costituiscono il crimine contro l’umanità dell’omicidio”, aggiungendo che la responsabilità risiede nella struttura di comando e sia di chiunque abbia dato l’ordine e disposto l’attuazione della repressione. Per la ricercatrice, si tratterebbe in particolare del comandante militare regionale di Yangon e del capo della polizia della città e sarebbe necessario assicurarsi che tali figure siano rese consapevoli che potranno essere processate e ritenute responsabili in un secondo momento. La studiosa ha poi aggiunto che le violazioni stanno continuando e che è importante dimostrare che qualunque cosa sia accaduta nove mesi fa è ancora tale oggi  perché ci sono prove e saranno chieste spiegazioni.

Human Rights Watch ha esortato la comunità internazionale a “rispondere alle continue violazioni dei diritti umani e ai crimini contro l’umanità in Myanmar integrando, rafforzando e coordinando le sanzioni internazionali contro la leadership della giunta e le forze armate”. Gli Stati Uniti e altre Nazioni per lo più occidentali hanno già imposto sanzioni diplomatiche ed economiche contro i militari.

Rispetto all’episodio del 15 marzo, il governo militare, che aveva imposto la legge marziale nella zona dopo le violenze, ha descritto i manifestanti come “rivoltosi” che hanno bruciato fabbriche di abbigliamento e bloccato i vigili.

 Il Myanmar versa in una situazione di crisi interna da quando l’Esercito ha preso il potere il primo febbraio scorso, dopo aver arrestato, la leader del governo civile che è stato rovesciato, Aung San Suu Kyi, l’allora presidente, Win Myint, e altre figure di primo piano dell’esecutivo. I poteri legislativi, esecutivi e giudiziari sono stati trasferiti al comandante in capo delle forze armate, Min Aung Hlaing, mentre il generale Myint Swe è stato nominato presidente ad interim del Paese. L’Esercito ha giustificato le proprie azioni denunciando frodi elettorali avvenute durante le elezioni dell’8 novembre 2020, che avevano decretato vincitore con l’83% dei voti la Lega nazionale per la Democrazia (NDL), il partito allora al governo con a capo Aung San Suu Kyi. Tali votazioni sono state annullate e l’Esercito ha promesso nuove elezioni entro agosto 2023. Intanto, il primo agosto, è stato nominato un nuovo governo provvisorio di cui Min Aung Hlaing è primo ministro e che ha sostituito il Consiglio di amministrazione di Stato che aveva fino ad allora guidato il Paese, effettuando un passaggio da un consiglio militare ad un governo transitorio.

In risposta a tali eventi, dal 6 febbraio, sono nati sia un movimento di disobbedienza civile, con il quale molti dipendenti pubblici hanno lasciato il proprio impiego, sia proteste della popolazione, che l’Esercito ha represso con la violenza. Secondo gli attivisti citati dalle Nazioni Unite, più di 1.200 civili sono stati uccisi nelle proteste. In secondo luogo, l’Esercito ha ripreso a combattere contro diverse milizie etniche presenti da decenni in Myanmar, le quali si sono avvicinate ai manifestanti fornendo loro anche addestramento militare. I combattimenti nelle aree periferiche del Paese stanno generando centinaia di migliaia di sfollati. Infine, il 16 aprile scorso, più membri del Parlamento birmano deposti, alcuni leader delle proteste e altri rappresentanti di alcune minoranze etniche del Paese hanno istituito il governo di unità nazionale (GUN), che, dal 5 maggio scorso, ha un corpo armato noto come Forza di difesa del popolo. Il GUN e le sue milizie sono stati classificati come un gruppo terroristico l’8 maggio scorso. Il 7 settembre scorso, il presidente ad interim del GUN, Duwa Lashi La, ha dichiarato lo stato di emergenza e ha lanciato una “guerra difensiva”.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese  

di Redazione

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