Libia, elezioni presidenziali: riammesso alla corsa anche “Gheddafi junior”

Pubblicato il 3 dicembre 2021 alle 8:05 in Africa Libia

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Saif al-Islam Gheddafi, secondogenito dell’ex leader libico, Moammar Gheddafi, è stato riammesso alla corsa alle presidenziali in Libia, al momento calendarizzate per il 24 dicembre prossimo. La sua esclusione aveva precedentemente provocato tensioni nella città meridionale di Sebha.

La notizia è stata diffusa, nella sera del 2 dicembre, a seguito della decisione della Corte di Sebha, la quale ha accolto il ricorso presentato dai legali di Saif al-Islam contro la sua esclusione dalle elezioni presidenziali. A margine della sessione, decine di sostenitori si sono radunati nei pressi del tribunale e delle altre sedi della Magistratura a Sebha, per festeggiare il verdetto della Corte. Saif, dal canto suo, sul proprio account Twitter ha espresso parole di ringraziamento e apprezzamento per i giudici libici, i quali hanno rischiato per “amore della verità”. Il candidato riammesso ha poi dedicato la “vittoria” a tutto il popolo libico.

Era stata l’Alta commissione elettorale nazionale (HNEC) a bocciare, il 24 novembre, la candidatura del secondogenito dell’ex dittatore, sulla base dell’articolo 10 della legge elettorale presidenziale, secondo cui i candidati “non dovrebbero essere condannati con sentenza definitiva per un crimine o un reato contro l’onore o la fiducia”. Alla luce di ciò, Gheddafi non sarebbe idoneo alla carica perché era stato condannato a morte in contumacia, nel 2015, dal tribunale di Tripoli, a causa di crimini di guerra commessi durante la rivolta libica del 2011.

Dopo l’esclusione di Saif al-Islam dalle presidenziali, Sebha è stata teatro di violenti episodi. Il primo ha avuto luogo il 25 novembre, quando uomini armati hanno condotto un blitz nel tribunale della città meridionale, nel momento in cui l’avvocato di Saif al-Islam, Khaled al-Zaidi, si era recato sul luogo per presentare ricorso. Poi, il 29 novembre, uomini armati, affiliati al generale dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), Khalifa Haftar, hanno circondato il medesimo tribunale, impedendo ad avvocati e impiegati di lavorare al ricorso presentato dal figlio dell’ex sovrano libico deposto. Di fronte a uno scenario simile, attori nazionali e internazionali, Nazioni Unite incluse, hanno espresso preoccupazione, mentre le autorità ed istituzioni libiche sono state invitate ad adottare le misure necessarie a garantire un processo elettorale libero, equo, inclusivo e credibile, senza intimidazioni o minacce alla sicurezza. Il timore è che episodi simili possano minare il processo elettorale e con esso il percorso di transizione democratica intrapreso dalla Libia.

La presentazione della candidatura di Saif al-Islam risale, invece, al 14 novembre, mesi dopo la sua apparizione pubblica ufficiale di luglio, la prima dal 2014. Il riferimento va alla “rara intervista” rilasciata al New York Times in una villa a Zintan, nell’Ovest libico, durante la quale il figlio del dittatore libico ha affermato: “Ora, sono un uomo libero e mi sto preparando per ritornare sulla scena politica”. Nello specifico, Saif al-Islam ha riferito di aver approfittato della sua assenza per monitorare la situazione in Medio Oriente, e riorganizzare, in silenzio, la forza politica affiliata al padre, nota con il nome di “Movimento Verde”. L’uomo, in tale occasione, non aveva chiarito se intendesse o meno candidarsi alla presidenza del Paese Nord-africano, ma aveva affermato che il proprio movimento sarebbe stato in grado di riportare unità in Libia, in un momento in cui la nazione risultava essere “in ginocchio”. “È giunto il momento di ritornare al passato” ha affermato Saif al giornalista del New York Times, facendo riferimento a politici che “non hanno portato altro che miseria” e che hanno privato la Libia di denaro e sicurezza. “Non c’è vita qui. Vai alla stazione di servizio e non c’è diesel. Esportiamo petrolio e gas in Italia, illuminando metà Italia, mentre qui abbiamo blackout. È più di un fallimento. È un fiasco”.

Saif al-Islam, uomo di 49 anni, il cui nome significa “spada dell’Islam”, prima del 2011 era considerato il possibile successore del padre, Moammar Gheddafi, oltre che l’unico su cui contare per realizzare riforme radicali, a tal punto da guadagnarsi il titolo di potenziale salvatore della Libia. Seif sembrava diverso dal padre, racconta il New York Times. Aveva un inglese impeccabile, aveva studiato alla London School of Economics e parlava il linguaggio della democrazia e dei diritti umani. Tuttavia, allo scoppio della rivoluzione, a febbraio 2011, Saif ha preso parte alla “brutale repressione” messa in atto dal regime del padre. Successivamente, diversamente da tre dei sette fratelli, rimasti uccisi, Saif ha avuto la fortuna di essere catturato da una brigata “dalla mentalità indipendente” che lo ha protetto da altre fazioni ribelli e lo ha portato in volo a Zintan, la loro regione natale.

Poi, nessuno ha più saputo dove fosse. Quattro anni dopo, la Corte Penale Internazionale (ICC) lo ha condannato in contumacia per i crimini di guerra commessi durante le rivolte e ha più volte chiesto che fosse consegnato alla giustizia. La sua ultima apparizione risale a giugno 2014, quando l’uomo comparve in video da Zintan durante il processo a Tripoli. Ora, Saif al-Islam, stando a quanto riporta il New York Times, è pronto a ritornare nell’arena libica, ma “pian piano”, consapevole degli ostacoli da dover superare, tra cui la condanna da parte del tribunale di Tripoli e il mandato di arresto dell’ICC. Per Saif si tratterebbe, però, di mere “questioni legali” da poter risolvere, laddove il popolo libico lo scegliesse come proprio leader.

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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