Filippine: continua la lotta ai ribelli comunisti

Pubblicato il 3 dicembre 2021 alle 9:17 in Asia Filippine

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Alcuni funzionari militari delle Filippine hanno reso noto che i soldati di Manila hanno ucciso 8 sospetti guerriglieri comunisti il primo dicembre, durante uno scontro nella giungla vicino alla città di Miagao, nella provincia di Iloilo, sventando così un piano degli insorti per attaccare un avamposto militare, per celebrare l’anniversario della loro ribellione.

Le truppe dell’esercito hanno combattuto contro il gruppo di guerriglieri del New People’s Army per mezza giornata in una zona montuosa e in seguito hanno recuperato 8 corpi di ribelli, quattro fucili d’assalto, mine antiuomo e documenti. Il comandante dell’esercito regionale, il maggiore generale Benedict Arevalo, ha poi affermato che non ci sono state vittime tra i militari dell’esercito. Parlando dell’operazione, Arevalo ha poi aggiunto che gli abitanti del villaggio avevano informato i militari della presenza di 50-70 guerriglieri nella regione rurale disabitata e i soldati hanno quindi lanciato un assalto.

L’esercito delle Filippine ha stimato che, ad oggi, rimangono circa 3.500 guerriglieri, sebbene i ribelli dicono di averne di più.

L’insurrezione marxista ha caratterizzato soprattutto la campagna filippina per più di mezzo secolo. Dal 1968, nel Paese, sono presenti gruppi comunisti che hanno lottato contro il governo e che hanno dato vita a quella che è stata definita “una delle rivolte maoiste più longeve del mondo”. Secondo l’Esercito di Manila, la ribellione comunista avrebbe causato la morte di circa 30.000 persone negli ultimi 53 anni. In tale arco temporale, più presidenti filippini hanno cercato di raggiungere accordi di pace con i ribelli, senza, però, ottenere successo.

 Il leader della rivolta, Jose Maria Sison, è al momento in esilio volontario nei Paesi Bassi, dal 2016. In tale anno, l’attuale presidente filippino, Rodrigo Duterte, aveva promesso che avrebbe messo fine all’insurrezione attraverso negoziati di pace. Tuttavia, dopo aver istituito un meccanismo di dialogo, mediato dalla Norvegia, in seguito a frequenti scontri armati, nel 2017, il presidente filippino aveva messo fine al processo di pace e aveva designato ufficialmente i comunisti come terroristi. A quel punto, è iniziata una nuova ondata di repressione che prevedeva anche ricompense sulle uccisioni dei ribelli. Nel 2018, le Filippine hanno poi creato un’apposita task-force. I critici di Duterte ritengono che, oltre ai ribelli, il governo stia colpendo anche i politici di sinistra in generale, gli accademici, i giornalisti e gli attivisti, accusandoli di essere comunisti.

Lo scorso 5 febbraio, Duterte aveva dato ordine all’Esercito e alla polizia di uccidere i ribelli comunisti nel caso in cui dovessero affrontarli in uno scontro armato. Il presidente aveva specificato di “finire” coloro che fossero rimasti vivi” e di assicurarsi che le loro salme vengano riconsegnate alle rispettive famiglie. Duterte aveva dichiarato: “Dimenticatevi dei diritti umani. Questo è il mio ordine. Sono disposto ad andare in galera […] Non mi faccio scrupoli a fare ciò che devo fare”. Rivolgendosi direttamente ai ribelli comunisti, Duterte aveva quindi annunciato: “Siete tutti banditi. Non avete un’ideologia. Anche la Cina e la Russia sono capitaliste adesso”. Il presidente aveva però promesso loro lavoro, abitazioni e buone condizioni di vita se abbandoneranno le armi.

Tra le ultime azioni contro il gruppo, il 30 ottobre, i militari di Manila avevano ucciso il comandante ribelle comunista Jorge Madlos, noto con il nome di battaglia Ka Oris, durante un raid nella regione meridionale di Mindanao Settentrionale.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese  

di Redazione

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