Colloqui sul nucleare iraniano: tra pessimismo e pressioni esterne

Pubblicato il 3 dicembre 2021 alle 11:00 in Iran Israele USA e Canada

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

Gli Stati Uniti, attraverso il proprio segretario di Stato, Anthony Blinken, hanno affermato che la retorica e i comportamenti dell’Iran non fanno ben sperare nel successo dei colloqui sul nucleare iraniano, tuttora in corso a Vienna. Israele, dal canto suo, ha ribadito che non consentirà a Teheran, né ora né mai, di acquisire una bomba nucleare, mentre ha chiesto a Washington di interrompere immediatamente i negoziati.

Questi ultimi hanno avuto inizio il 29 novembre scorso e vedono la partecipazione di delegati di Iran, Cina, Russia, Germania, Francia e Regno Unito. L’obiettivo è rilanciare l’accordo siglato nel 2015, altresì noto come Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), e favorire il ritorno degli USA nell’intesa. Gli Stati Uniti sono rappresentati dal proprio inviato speciale, Rob Malley, il quale, però, ha preso parte ai negoziati in modo indiretto, in quanto Teheran si è rifiutata di negoziare direttamente con Washington fino a una completa rimozione delle sanzioni. Per l’Iran, invece, è presente il viceministro degli Esteri e “capo negoziatore”, Ali Bagheri Kani, un diplomatico definito “ultraconservatore”. Secondo quanto riportato dall’emittente al-Arabiya, sulla base delle informazioni fornite da funzionari iraniani ed europei, per oggi, venerdì 3 dicembre, è atteso un meeting ufficiale che concluderà la prima settimana di colloqui. Probabilmente, i delegati ritorneranno nei propri Paesi per consultazioni, per poi recarsi nuovamente a Vienna nei prossimi giorni.

Nel frattempo, Blinken ha dichiarato che, nonostante le recenti mosse iraniane e i lunghi ritardi, non è ancora troppo tardi per sperare in un cambiamento da parte di Teheran e nel suo impegno “costruttivo”. Le dichiarazioni del segretario di Stato degli USA sono giunte, il 2 dicembre, poco dopo la presentazione, da parte dell’Iran, di due proposte relative all’accordo sul nucleare e, nello specifico, alla revoca delle sanzioni e alle proprie attività. Bagheri Kani non ha fornito ulteriori dettagli in merito, ma ha esortato le controparti occidentali a studiare i documenti presentati e a prepararsi a negoziare con l’Iran basandosi su di essi. “I due documenti sono la prova della nostra serietà, e abbiamo anche offerto un assaggio del nostro approccio e delle nostre posizioni su diverse parti del documento”, ha aggiunto il capo negoziatore, mettendo nuovamente in luce la buona volontà dell’Iran, il quale ha più volte precisato che priorità dei colloqui è la revoca di tutte le sanzioni. I co-firmatari occidentali, dal canto loro, continuano a porre l’accento sulla necessità, per l’Iran, di adempiere ai propri impegni.

Di fronte a tali sviluppi, non è mancata la reazione di Israele. Quest’ultimo ha più volte criticato l’accordo sul nucleare iraniano del 2015, così come il possibile ritorno di Washington nell’intesa, e si è precedentemente detto contrario a qualsiasi dialogo che potesse portare Teheran a sviluppare le proprie capacità nucleari, alla luce dei rischi derivanti dalla possibile produzione di armi. È stato il premier israeliano, Naftali Bennett, a chiedere agli USA di sospendere i colloqui di Vienna, accusando l’Iran di “ricatto nucleare” come tattica negoziale. Pertanto, l’unica soluzione è interrompere i meeting e adottare misure rigorose. Il primo ministro ha poi evidenziato che l’Iran ha avviato le procedure di arricchimento dell’uranio a un livello del 20%, attraverso centrifughe avanzate situate nell’impianto sotterraneo di Fordow, come riportato in precedenza anche dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA).

La affermazioni di Bennett sono giunte in concomitanza con quelle del capo di stato maggiore israeliano, Aviv Kochavi, il quale ha dichiarato che, nelle ultime settimane, il proprio esercito ha discusso di piani operativi per eventuali attacchi contro impianti nucleari iraniani e che presto sarebbero iniziate le attività di addestramento. Negli ultimi giorni diverse fonti hanno parlato di una preparazione, da parte di Israele, a un attacco contro l’Iran, da effettuarsi nel caso in cui i negoziati di Vienna non portino a un “buon accordo”. A tal proposito, sarebbe stata approvato l’acquisto di 12 elicotteri CH-53K e di scorte aggiuntive per il sistema di difesa missilistico Cupola di Ferro, mentre sarebbe stata intensificata la raccolta di informazioni dall’intelligence. “I nostri occhi sono aperti, siamo pronti e lavoreremo insieme alle nostre controparti nel sistema di sicurezza” ha affermato il capo del Mossad, David Barnea, nella sera del 2 dicembre, aggiungendo: “Stiamo profondendo ogni sforzo necessario per tenere il pericolo lontano dallo Stato di Israele e contrastarlo con tutti i mezzi”.

Gli ultimi negoziati sul nucleare iraniano avevano avuto inizio il 6 aprile e, nonostante l’ottimismo espresso da più parti nel corso dei sei round, non hanno portato ad alcun risvolto significativo. Poi, il 17 luglio, sono stati sospesi, alla luce del “periodo di transizione” vissuto da Teheran con l’elezione di un nuovo presidente, Ebrahim Raisi. Il Joint Comprehensive Plan of Action è stato firmato durante l’amministrazione di Barack Obama, il 14 luglio 2015, a Vienna, da parte di Iran, Cina, Francia, Russia, Regno Unito, Stati Uniti, Germania e Unione Europea. Questo prevede la sospensione di tutte le sanzioni nucleari imposte precedentemente contro l’Iran dall’Unione Europea, dall’Onu e dagli USA, in cambio della limitazione delle attività nucleari da parte del Paese mediorientale e ispezioni dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica presso gli impianti iraniani. L’8 maggio 2018, durante la presidenza di Donald Trump, Washington si è ritirata unilateralmente dall’accordo, imponendo nuove sanzioni contro Teheran che hanno, da un lato, aggravato le condizioni economiche del Paese mediorientale, e, dall’altro lato, acuito le tensioni tra Iran e Stati Uniti.

 

 

Leggi Sicurezza Internazionale, il quotidiano italiano interamente dedicato alla politica internazionale

Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione