Pechino convoca l’ambasciatore di Tokyo per le dichiarazioni di Abe su Taiwan

Pubblicato il 2 dicembre 2021 alle 9:51 in Cina Giappone Taiwan

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L’assistente del ministro degli Esteri cinese, Hua Chunying, ha incontrato “con urgenza” l’ambasciatore giapponese in Cina, Shui Hideo, nella sera del primo dicembre, dopo che l’ex premier giapponese, Shinzo Abe, ha dichiarato che Giappone e USA non potrebbero stare a guardare se Pechino dovesse attaccare Taiwan.

Hua ha affermato che i commenti di Abe sono stati “estremamente sbagliati”, nonché una grave interferenza negli affari interni cinesi. Per la Cina, le parole di Abe hanno rappresentato una provocazione rispetto alla sovranità cinese e hanno sostenuto le forze indipendentiste di Taiwan, violando gravemente le norme fondamentali delle relazioni internazionali e i principi dei quattro documenti politici di Cina e Giappone. Hua ha quindi affermato che Pechino si oppone fermamente a tutto ciò.

Hua ha poi sottolineato che, in passato, il Giappone ha invaso la Cina scatenando una guerra e ha commesso crimini efferati contro la popolazione cinese, per questo non ha alcun titolo e diritto per fare commenti irresponsabili sulla questione di Taiwan. La Cina ha quindi invitato il Giappone a riflettere e sulla storia e a trarne lezioni, nonché a non danneggiare in alcun modo la sovranità cinese, a non inviare segnali sbagliati alle forze indipendentiste di Taiwan e a non sottovalutare la determinazione e la forza del popolo cinese per difendere la sovranità nazionale e l’integrità territoriale.

Lo stesso primo dicembre, parlando all’Institute for National Policy Research, un think tank taiwanese, Abe aveva affermato che Giappone e Stati Uniti non potrebbero restare a guardare se Taiwan dovesse essere attaccata, aggiungendo che Pechino, e, in particolare, il presidente Xi Jinping non dovrebbero avere “nessun fraintendimento” sulla situazione. Abe aveva dichiarato: “Un’emergenza a Taiwan è un’emergenza giapponese, e quindi un’emergenza per l’alleanza Giappone-USA”. Per Abe, Giappone e Taiwan devono lavorare insieme per proteggere la libertà e la democrazia. Tra il pubblico presente all’evento c’era anche Cheng Wen-tsan, il sindaco della città di Taoyuan, a Nord di Taiwan, che potrebbe essere un futuro candidato presidenziale.

La Cina considera Taiwan parte integrante del territorio nazionale in base al principio “una sola Cina”. A Taipei, però, è presente un esecutivo autonomo e l’isola si auto-definisce la Repubblica di Cina (ROC), sostenendo di essere un’entità statale separata dalla Repubblica Popolare Cinese. Dal 2016, tale esecutivo è guidato dalla presidente Tsai Ing-wen, a capo del Partito progressista democratico (PPD), la quale ha sempre rifiutato di riconoscere il principio “una sola Cina” ed è stata rieletta con un’ampia maggioranza alle ultime elezioni sull’isola dell’11 gennaio 2020. Il governo di Pechino, da parte sua, ha più volte affermato di voler risolvere la questione di Taiwan, che rappresenta la sua maggiore problematica dal punto di vista territoriale e diplomatico, e non ha escluso la possibilità di farlo utilizzando la forza.

Abe, che si è dimesso dall’incarico di primo ministro giapponese il 28 agosto 2020, è a capo della più grande fazione del Partito Liberal Democratico (PLD) che guida il governo di Tokyo e rimane una figura influente nel Paese. Lo scorso 27 agosto, il PPD e il PLD si erano incontrati virtualmente per la prima volta. Dall’incontro era emerso che entrambi vedessero l’ascesa della Cina come la più grande sfida nella regione, rendendo così necessario rafforzare la loro cooperazione.

Nell’ultimo anno, vari funzionari del governo giapponese hanno poi rilasciato più affermazioni sull’importanza della stabilità dello Stretto di Taiwan per la sicurezza del Giappone. Taiwan è un’isola particolarmente importante per Tokyo in quanto si affaccia sullo Stretto di Luzon, che è una rotta di navigazione primaria per le navi cisterna che trasportano materie prime energetiche, su cui il Giappone fa affidamento per alimentare la sua economia. Lo scorso 17 aprile, il ministro della Difesa del Giappone, Nuobo Kishi, aveva visitato Yonaguni, l’isola giapponese più vicina a Taiwan, e, in tale occasione, aveva affermato che se Taiwan “diventasse rossa” la situazione locale potrebbe cambiare notevolmente e Tokyo dovrebbe prepararsi a tale evenienza. Nel libro bianco sulla difesa pubblicato il 13 luglio scorso, poi, il Giappone ha affermato che la sicurezza nello Stretto di Taiwan, minacciata da una crescente pressione militare cinese, è “più importante che mai”.  Tali dichiarazioni erano arrivate dopo che, il 16 aprile precedente, nella dichiarazione congiunta rilasciata dall’ex premier giapponese, Yoshihide Suga e dal presidente statunitense, Joe Biden, a conclusione di un loro incontro a Washington, i due leader avevano sottolineato l’importanza di preservare la pace e la stabilità nello Stretto di Taiwan.

Il Giappone ospita le principali basi militari statunitensi nella regione, compresa quella che si trova sull’isola meridionale di Okinawa, vicina a Taiwan, che sarebbe cruciale per qualsiasi supporto statunitense durante un ipotetico attacco cinese. Gli Stati Uniti sono tenuti per legge a fornire a Taiwan i mezzi per difendersi, ma c’è ambiguità sull’invio di forze per aiutare Taipei nel caso un conflitto con Pechino. Il segretario di Stato degli USA, Antony Blinken, ha affermato che Washington “adotterebbe misure” nell’eventualità di un’aggressione cinese senza specificare in che modo.

Gli USA, pur avendo riconosciuto il governo di Pechino dal primo gennaio 1979 rinunciando a riconoscere la legittimità di quello di Taiwan, hanno intensificato i legami con l’isola e sono il suo maggior fornitore di armi da difesa. Gli Stati Uniti non contestano apertamente la rivendicazione della Cina su Taiwan, ma sono impegnati per legge a garantire che l’isola possa difendersi e a trattare tutte le minacce nei suoi confronti come questioni di “grave preoccupazione”. 

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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