L’Iran arricchisce uranio, mentre continuano i colloqui di Vienna

Pubblicato il 2 dicembre 2021 alle 8:14 in Iran Medio Oriente

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L’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) ha riferito che l’Iran ha iniziato a produrre uranio arricchito per mezzo di centrifughe avanzate più efficienti nel suo impianto di Fordow, situato nella provincia di Qom, a Sud della capitale Teheran. La dichiarazione è giunta nella sera del primo dicembre, al terzo giorno dei negoziati volti a ripristinare l’accordo sul nucleare iraniano, altresì noto come Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA).

Stando a quanto specificato dall’organismo di monitoraggio delle Nazioni Unite, Teheran ha avviato operazioni di arricchimento fino al 20% impiegando una cascata, o cluster, di 166 centrifughe avanzate, di tipo IR-6, che risultano avere un’efficacia maggiore rispetto ai modelli precedenti di prima generazione, come IR-1. Inoltre, secondo quanto affermato dall’AIEA, l’Iran si è dotato di 94 macchinari di tipo IR-6, presumibilmente installati in una “cascata” a Fordow, ma non ancora operativi. Tali operazioni contraddicono alcune clausole dell’accordo sul nucleare, in base al quale l’Iran non avrebbe l’autorizzazione ad arricchire uranio in tale impianto, ma potrebbe farlo, ad una percentuale del 3,67% nell’impianto di Natanz. Tuttavia, già da 6 novembre 2019, in risposta alle conseguenze derivanti dal ritiro degli USA dal JCPOA, Teheran ha ripreso le attività di arricchimento presso Fordow, con una percentuale di purezza del 5%. Fino ad ora, è stato specificato dall’AIEA, era stato prodotto uranio arricchito per mezzo di centrifughe IR-1, mentre il materiale prodotto con le IR-6 non era stato conservato. In tale quadro, poi, secondo le ultime stime di novembre, le scorte iraniane di uranio arricchito al 20% ammontano a 113,8 chilogrammi, mentre quelle di uranio arricchito al 60% sono pari a 17,7 kg, in aumento rispetto ai precedenti 10 kg di fine agosto. Il JCPOA prevede che l’Iran limiti l’arricchimento dell’uranio al 3,67%, ad eccezione delle attività per i reattori di ricerca.

Alla luce di tali ultimi sviluppi, l’Agenzia si è detta disposta ad intensificare le proprie ispezioni presso l’impianto di Fordow, ma non ha rivelato ulteriori dettagli in merito. Mentre il direttore dell’AIEA, Rafael Grossi, si è detto preoccupato per tale tipo di dichiarazioni, l’Iran, attraverso la sua delegazione permanente a Vienna, ha parlato di semplici “aggiornamenti tecnici ordinari”, in linea con le operazioni di verifica periodiche, ed ha precisato di aver consentito all’Agenzia di intensificare le verifiche richieste. “Questo raddoppia l’allerta. Non è banale. L’Iran può farlo, ma se hai una tale ambizione devi accettare le ispezioni. È necessario”, ha dichiarato, invece, Grossi. Ad ogni modo, una situazione simile rischia di minare i colloqui ripresi a Vienna il 29 novembre, volti a rilanciare il patto siglato nel 2015 e favorire un ritorno degli Stati Uniti nell’intesa.

I colloqui vedono protagonisti delegati di Iran, Cina, Russia, Germania, Francia e Regno Unito. Gli Stati Uniti sono rappresentati dal proprio inviato speciale, Rob Malley, il quale, però, ha preso parte ai negoziati in modo indiretto, in quanto Teheran si è rifiutata di negoziare direttamente con Washington fino a una completa rimozione delle sanzioni. Pertanto, gli altri Paesi stanno facendo da spola tra le delegazioni iraniana e statunitense, nel quadro di colloqui indiretti. Per l’Iran, invece, è presente il viceministro degli Esteri e “capo negoziatore”, Ali Bagheri Kani, un diplomatico definito “ultraconservatore”, il quale, il 14 settembre scorso, ha preso il posto di Abbas Araghchi, colui che aveva guidato i negoziati che hanno portato alla firma dell’accordo del 2015.

Sino ad ora, il settimo round di negoziati intrapreso il 29 novembre non ha portato ad alcun risvolto concreto, ma i diplomatici europei si sono detti ottimisti. Tra i dossier discussi vi sono stati, in particolare, le sanzioni statunitensi e gli obblighi che l’Iran dovrebbe rispettare. Da parte sua, il ministro degli Esteri iraniano, Hossein Amir Abdollahian, ha dichiarato che potrebbe essere possibile raggiungere un buon accordo se l’Occidente mostrasse buona volontà. Come precisato dal ministro, i colloqui di Vienna si stanno svolgendo con serietà, ma, come specificato più volte, la richiesta principale di Teheran è la revoca delle sanzioni imposte dagli USA. Ad ogni modo, l’Iran si è detto alla ricerca di un dialogo razionale che possa dare risultati. Parallelamente, un consigliere della delegazione iraniana ai negoziati di Vienna, Muhammad Marandi, ha affermato che l’ostacolo, al momento, è rappresentato dalla posizione di Washington, che sembra essere intenzionata a mantenere le sanzioni. Dall’altro lato, diplomatici europei hanno sottolineato che i prossimi giorni consentiranno una valutazione della serietà degli iraniani, ed hanno espresso l’auspicio che entro fine della settimana si possa avere un quadro più chiaro del percorso negoziale, rilevando altresì la possibilità di fermare i negoziati nel caso non vi sia alcun progresso.

Il Joint Comprehensive Plan of Action è stato firmato durante l’amministrazione di Barack Obama, il 14 luglio 2015, a Vienna, da parte di Iran, Cina, Francia, Russia, Regno Unito, Stati Uniti, Germania e Unione Europea. Questo prevede la sospensione di tutte le sanzioni nucleari imposte precedentemente contro l’Iran dall’Unione Europea, dall’Onu e dagli USA, in cambio della limitazione delle attività nucleari da parte del Paese mediorientale e ispezioni dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica presso gli impianti iraniani. L’8 maggio 2018, durante la presidenza di Donald Trump, Washington si è ritirata unilateralmente dall’accordo, imponendo nuove sanzioni contro Teheran che hanno, da un lato, aggravato le condizioni economiche del Paese mediorientale, e, dall’altro lato, acuito le tensioni tra Iran e Stati Uniti.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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