Immigrazione: i fatti più importanti di novembre 2021

Pubblicato il 2 dicembre 2021 alle 10:44 in Approfondimenti Immigrazione

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

Secondo le stime della UN Refugee Agency (UNHCR), nel mese di novembre 2021, sono giunti in Europa, via mare e via terra, circa 12.205 migranti, segnando una lieve diminuzione rispetto alle cifre registrate novembre 2020, pari a 16.354. Il Paese che ha accolto il maggior numero di stranieri risulta essere l’Italia, seguita da Spagna (37.260), Grecia (8.145) e Malta (607). L’Organizzazione Internazionale per la Migrazione (IOM) ha stimato che il numero di morti e dispersi in mare nei primi undici mesi del 2021 ammonta a 1.646. Le prime cinque nazionalità dei migranti entrati in Europa, secondo le stime della UNHCR sono tunisina, bangladese, egiziana, iraniana e ivoriana.

Per quanto riguarda l’Italia, i dati del Ministero dell’Interno riferiscono che, complessivamente, dal primo gennaio al 30 novembre 2021, sono sbarcati 62.941 migranti, segnando un aumento importante rispetto ai dati dello stesso periodo del 2020, pari a 32.589. Le prime cinque nazionalità dei migranti sono tunisina, egiziana, bangladese, iraniana e ivoriana. Dall’inizio dell’anno, invece, i minori non accompagnati ammontano a 9.019.

L’8 novembre, la Polonia ha chiuso il confine con la Bielorussia, dopo che un gruppo di migranti aveva tentato di entrare nel Paese con la forza. Varsavia ha accusato Minsk di aver causato l’incidente, mentre la Germania ha esortato l’Unione Europea ad agire. Secondo quanto mostrato dai media bielorussi, un gruppo di circa 3.000 persone, in maggioranza curdi iracheni, aveva piantato le tende lungo confine tra i due Paesi, dopo aver tentato di forzare l’ingresso. La Polonia ha accusato la Bielorussia di controllare i migranti che hanno cercato di entrare nel territorio polacco, usandoli come un “arma” per la guerra politica di Minsk contro l’Unione Europea.

Dopo l’episodio dell’8 novembre, Varsavia ha accusato la Bielorussia di aver creato una rotta migratoria artificiale, sfruttando i migranti per costringere l’Unione a revocare le sanzioni. I media polacchi hanno pubblicato video in cui si vedono soldati bielorussi che supervisionano i gruppi di persone al confine. Tuttavia, le immagini non sono state verificate poiché, come sottolineato dal quotidiano tedesco Deutsche Welle, le autorità della Polonia stanno tenendo i giornalisti fuori dall’area e i media non allineati con il governo hanno difficoltà ad operare al confine.

Da parte sua, la Commissione Europea ha accusato il presidente della Bielorussia, Ajaksandr Lukashenko, di “usare le persone come pedine” nella sua campagna politica contro il blocco europeo, sottolineando che il leader deve “smetterla di mettere a rischio la vita delle persone”. La presidentessa della Commissione, Ursula Von der Leyen, ha invitato i 27 Stati membri ad approvare ulteriori sanzioni contro Minsk e ha parlato di “attacco ibrido”, in relazione ai fatti dell’8 novembre. “Le autorità bielorusse devono capire che fare pressioni sull’Unione Europea in questo modo, attraverso una cinica strumentalizzazione dei migranti non li aiuterà a raggiungere i loro scopi”, ha affermato in una nota. L’uso “dei migranti per scopi politici è inaccettabile”, ha affermato Von der Leyen, aggiungendo che l’UE valuterà anche come sanzionare “le compagnie aeree di Paesi terzi” che hanno portato i migranti in Bielorussia.

Occorre ricordare che il confine tra i due Paesi, intanto, rimane altamente militarizzato. Tra le misure adottate dalla Polonia per limitare gli ingressi illegali, c’è stato il dispiegamento di soldati annunciato, il 25 ottobre, dal ministro della Difesa polacco, Mariusz Blaszczak. Attraverso un tweet, il funzionario aveva dichiarato la mobilitazione di altri 2.500 soldati, portando a un totale di 10.000 militari lungo il confine che la Polonia condivide con la Bielorussia. Quest’ultima, in risposta, ha avvisato che Mosca e Minsk avrebbero agito “in modo duro” per contrastare la militarizzazione polacca lungo i confini. Analoghe misure erano state adottate dal Ministero della Difesa di Varsavia anche il 19 ottobre, quando era stato annunciato il dispiegamento di altri 3.000 soldati al confine, ponendo una stretta sulle misure di sicurezza per far fronte alla crescente crisi migratoria, acuitasi dallo scorso agosto.

Il 9 novembre, Il Consiglio dei ministri della Lituania ha approvato lo stato di emergenza nelle aree di confine con la Bielorussia. La decisione è stata presa nel corso di una riunione di governo, a seguito della proposta avanzata dal Ministero degli Affari Interni del Paese per far fronte alla crescente crisi migratoria, alimentata dalla Bielorussia. Su proposta del Ministero degli Interni, lo stato di emergenza è stato imposto nella zona di confine con la Bielorussia e nel raggio di 5 km dalla frontiera. Si tratta di aree critiche in cui, a partire dal mese di agosto, numerosi migranti provenienti dai Paesi asiatici e africani tentano di entrare illegalmente in Lituania, passando attraverso la Bielorussia. Secondo la proposta dell’esecutivo, le nuove misure saranno attive fino al 10 dicembre e, qualora la situazione non dovesse migliorare, sarà valutata una proroga dello stato di emergenza.

Il 10 novembre, le autorità della Repubblica di Cipro hanno reso noto di voler sospendere le richieste di asilo, per via della crisi migratoria che sta interessando l’isola. Il portavoce del governo greco-cipriota, Marios Pelekanos, ha riferito che il Paese, per via dei crescenti flussi migratori, sta subendo un cambiamento demografico, con effetti socioeconomici preoccupanti, motivo per cui si appellerà alla Commissione europea, affinché intervenga per migliorare la situazione. L’amministrazione greco-cipriota detiene il primato delle richieste di asilo tra i 27 membri dell’Unione Europea, in relazione alla sua popolazione di circa 1 milione di persone. I numeri, secondo fonti cipriote, indicano che le richieste di asilo eccedano il 4% della popolazione locale. Oltre 9.000 dei 10.868 arrivi avvenuti nella Repubblica di Cipro nei primi dieci mesi del 2021 ha attraversato la “linea verde”, ovvero l’area demilitarizzata, lunga 180 km, istituita dall’ONU nel 1974, lungo la linea del cessate il fuoco stabilita in seguito all’intervento militare da parte dell’esercito turco.

Il 13 novembre, la polizia polacca ha annunciato di aver trovato il corpo senza vita di un giovane siriano vicino al confine con la Bielorussia, mentre continuano a crescere le tensioni internazionali per una crisi dei migranti di cui l’UE ritiene responsabile Minsk. Intanto, l’Unione ha accolto con favore la decisione della Turchia di limitare i voli verso la Bielorussia di migranti provenienti da più Paesi mediorientali.

Il 15 novembre, l’UE ha concordato nuove sanzioni contro la Bielorussia, prendendo di mira “persone, compagnie aeree, agenzie di viaggio e tutti coloro che sono coinvolti in questa spinta illegale di migranti” verso i confini del blocco. L’UE ha accusato il regime di Lukashenko di condurre un “attacco ibrido” contro l’Unione, consentendo alle persone del Medio Oriente di raggiungere Minsk per mezzo di viaggi aerei e aiutandole a dirigersi verso il confine polacco. L’Alto rappresentante dell’UE per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, ha affermato che la decisione dei 27 ministri degli esteri dell’Unione riflette “la determinazione del blocco a resistere contro la strumentalizzazione dei migranti per scopi politici”. Un elenco di persone ed entità che saranno colpite dal congelamento dei beni e dai divieti di viaggio dovrebbe essere finalizzato nelle prossime settimane.

Il 18 novembre sono stati riscontrati i primi segni di normalizzazione, quando un totale di 430 migranti, accampato al confine tra Bielorussia e Polonia, è stato rimpatriato con voli di ritorno per l’Iraq. I curdi iracheni costituiscono un numero significativo delle circa 4.000 persone che si sono accampate al confine tra la Bielorussia e l’Unione Europea e che hanno cercato di attraversare il confine verso la Lituania, la Lettonia e la Polonia, respinti dagli agenti dei Paesi situati alla frontiera. Il bilancio delle vittime, secondo i gruppi supporto umanitario, sarebbe di almeno undici decessi, da quanto, lo scorso agosto, è iniziata la crisi. Tuttavia, è difficile fornire dati precisi al riguardo, poiché l’accesso all’area è limitato e le informazioni sono discontinue e difficili da verificare. Pertanto, il bilancio effettivo potrebbe essere significativamente al di sopra di tale cifra. 

Il 19 novembre, Lukashenko ha ammesso la possibilità che le forze bielorusse abbiano aiutato i migranti ad attraversare il confine con la Polonia, ma ha negato di aver promosso il loro arrivo nel suo Paese. “Credo che sia assolutamente possibile. Siamo slavi. Abbiamo cuore. I nostri soldati sanno che i migranti vanno in Germania. Forse qualcuno è stato aiutato”, ma nessuno dei migranti è stato invitato a superare il confine per provocare una crisi con la Polonia, ha dichiarato il presidente bielorusso.

Il 26 novembre, Lukashenko ha fatto visita a un campo profughi a Bruzgi, posto sul valico di frontiera al confine con la Polonia. Ad accompagnare il leader bielorusso è stato il presidente del Comitato Esecutivo regionale di Grodno, Vladimir Karanik. Durante la sua permanenza nella città frontaliera, Lukashenko ha tenuto un discorso in cui si è rivolto alle autorità polacche, ribadendo che non intende “politicizzare la questione dei rifugiati”. Inoltre, Lukashenko ha esortato Varsavia a permettere l’ingresso dei rifugiati in Germania poiché, secondo lui, solo in tal modo “la crisi al confine si risolverà”. Rivolgendosi ai migranti, ospitati presso il centro logistico e di accoglienza di Bruzgi, il leader di Minsk li ha rassicurati, sottolineando che non intende organizzare voli di rimpatrio qualora questi non intendessero far ritorno in Medio Oriente, area da cui provengono gran parte dei rifugiati. Lukashenko ha poi affermato che le autorità bielorusse non ostacoleranno la penetrazione dei migranti in Occidente che, al momento, sono circa 3.000 sul territorio bielorusso. Concludendo il suo intervento, il presidente ha sottolineato l’importanza di risolvere ora la crisi, poiché, altrimenti, potrebbe aggravarsi significativamente in primavera.

Infine, il 29 novembre, si è tenuto il sesto forum ministeriale dell’Unione per il Mediterraneo (UpM), a Barcellona, dove l’alto rappresentante dell’UE per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, ha affermato che il Mediterraneo “dovrebbe essere un punto di unione e non un confine” e ha chiesto di colmare il “divario” tra i Paesi che si affacciano sulla sponda settentrionale e quella meridionale.  L’incontro è stato organizzato a con l’obiettivo di rafforzare la cooperazione tra gli Stati di fronte alle sfide comuni poste dai problemi della disuguaglianza, della migrazione, del cambiamento climatico e della crisi dovuta al COVID-19. Il forum rappresenta dunque un’occasione per avviare “un dialogo aperto su come promuovere l’integrazione regionale” e per valutare “i benefici di una maggiore cooperazione nella regione euro-mediterranea”.

Consulta l’archivio sull’immigrazione di Sicurezza Internazionale, dove troverai centinaia di articoli in ordine cronologico.

Sofia Cecinini

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.