Caso Regeni: il Parlamento italiano accusa di omicidio gli apparati di sicurezza egiziani

Pubblicato il 2 dicembre 2021 alle 18:03 in Egitto Italia

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Nella sua relazione finale, approvata all’unanimità, la Commissione parlamentare di inchiesta sulla morte di Giulio Regeni ha attribuito agli apparati di sicurezza egiziani “la responsabilità del sequestro, della tortura e dell’uccisione” del giovane ricercatore italiano. Nello specifico, sono gli ufficiali dell’agenzia di sicurezza nazionale del Cairo ad essere stati accusati di omicidio dalla Commissione italiana. 

“La responsabilità del sequestro, della tortura e dell’uccisione di Giulio Regeni grava direttamente sugli apparati di sicurezza della Repubblica araba d’Egitto, e in particolare su ufficiali della National Security Agency (NSA), come minuziosamente ricostruito dalle indagini condotte dalla Procura della Repubblica di Roma”, si legge nella relazione, approvata dopo 3 anni di lavoro. “I responsabili dell’assassinio di Giulio Regeni sono al Cairo, all’interno degli apparati di sicurezza e probabilmente anche all’interno delle istituzioni”, continua il documento. 

Oltre ad aver individuato nei funzionari egiziani i colpevoli dell’assassinio Regeni, la Commissione parlamentare ha sottolineato il fatto che gli apparati di sicurezza non avrebbero nemmeno voluto salvarlo. Nei nove giorni di prigionia e torture, i membri della NSA avrebbero mentito non solo alla diplomazia e all’intelligence italiana ma anche a quelle dei Paesi esteri, ha evidenziato la relazione. L’American University aveva contattato subito, attraverso i propri canali di sicurezza, la National Security, ma quest’ultima aveva negato di conoscere o aver arrestato il ricercatore italiano.
 
Sul lato egiziano, la polizia e i funzionari del Paese nordafricano hanno ripetutamente negato qualsiasi coinvolgimento nella scomparsa e nell’uccisione di Regeni. Gli indagati, che starebbero affrontando un processo in contumacia presso il tribunale di Roma, non hanno mai risposto pubblicamente alle accuse. Il procedimento contro i quattro alti esponenti delle forze di sicurezza egiziane, indagati per l’omicidio del giovane italiano, si era aperto il 14 ottobre. Ad essere accusati, i tre membri della National Security Agency (NSA) egiziana e un ufficiale della polizia investigativa del Cairo. Il generale Tariq Sabir, il colonnello Usham Helmi e il colonnello Athar Kamel Mohamed Ibrahim sono indagati per rapimento, mentre il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif è accusato anche di “gravi danni fisici” e “omicidio aggravato”.
 
Rispetto agli sviluppi sul caso e all’impegno delle autorità del Cairo, la relazione della Commissione ha sottolineato: “La via della verità e della giustizia può trovare un correlativo oggettivo solo in presenza di un’autentica collaborazione da parte egiziana. Se nei primi due anni, alcuni risultati sono stati faticosamente e parzialmente raggiunti, anche in virtù dell’intransigenza mantenuta dall’Italia, negli anni successivi non sono venute dal Cairo altro che parole a livello politico, mentre la magistratura si è chiusa a riccio in un arroccamento non solo ostruzionistico, ma apertamente ostile e lesivo sia del lavoro svolto dagli inquirenti italiani che dell’immagine del giovane ricercatore, verso cui lo stesso presidente al-Sisi aveva usato un tono ben diverso”. “La mancata comunicazione da parte egiziana del domicilio degli imputati, nonostante gli sforzi diplomatici profusi al fine di conseguirla, non si risolve nella mera ‘fuga dal processo’, ma sembra costituire una vera e propria ammissione di colpevolezza da parte di un regime che sembra aver considerato la cooperazione giudiziaria alla stregua di uno strumento dilatorio”, ha specificato il documento, che ha aggiunto: “E’ tempo di ricordare all’Egitto le sue responsabilità come Stato, che sono molto chiare e significative riguardo al destino di Giulio Regeni e vanno oltre le responsabilità penalmente significative dei suoi agenti”.

Il 28enne italiano era scomparso al Cairo il 25 gennaio 2016. Nove giorni dopo, il suo corpo è stato ritrovato sul ciglio di un’autostrada della capitale egiziana con chiari segni di tortura addosso. Il ragazzo era un dottorando dell’Università di Cambridge e stava svolgendo una ricerca sui sindacati indipendenti dell’Egitto, tra i protagonisti della rivoluzione del 2011, che aveva costretto alle dimissioni l’allora presidente Hosni Mubarak. I pubblici ministeri italiani sostengono che Regeni sia stato seguito per 40 giorni prima della sua scomparsa. Il ricercatore sarebbe finito sotto i riflettori dell’NSA quando entrò in contatto con Mohammed Abdullah, leader del sindacato dei venditori ambulanti, per una questione che riguardava la sovvenzione di 10.000 sterline messe a disposizione da un’organizzazione non governativa britannica, la fondazione Antipode. Questi risultati sono emersi, lo scorso dicembre, quando i pm italiani, Michele Prestipino e Sergio Coloaiocco, hanno presentato una prova che è stata definita “inequivocabile” dei fatti accaduti.

In Egitto, nessuno è stato ritenuto responsabile e gli esperti legali ritengono improbabile l’eventualità che i colpevoli finiscano dietro le sbarre poiché Roma e Il Cairo non condividono un trattato di estradizione. Nel marzo 2016, le autorità egiziane hanno affermato che le forze di sicurezza avevano ucciso, in una sparatoria, cinque membri di una banda criminale sospettata di essere in possesso di alcuni effetti personali del ricercatore. I funzionari italiani, tuttavia, hanno denunciato la mossa, definendola un insabbiamento. Quando, due anni dopo, è stato comunicato che cinque membri dell’apparato di sicurezza egiziano erano stati messi sotto inchiesta, Il Cairo ha interrotto la collaborazione con Roma. Alla fine, l’Italia ha accusato quattro agenti. A dicembre, il procuratore egiziano, Hamada al-Sawi, ha annunciato la chiusura temporanea delle indagini, affermando che Il Cairo non avrebbe intentato un procedimento penale “perché l’autore risulta sconosciuto”.

Diversi gruppi per la difesa dei diritti umani hanno a lungo accusato il governo di al-Sisi di attuare un’ampia repressione del dissenso, giudicandolo altresì coinvolto nella tortura dei prigionieri politici. Il Cairo nega tali accuse. In un rapporto pubblicato nel 2020, la Commissione egiziana per i diritti e le libertà ha documentato 2.723 casi di “sparizione forzata” dal 2013.

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Chiara Gentili

di Redazione

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