Iraq: gli interrogativi dopo la conferma della vittoria di Sadr

Pubblicato il 1 dicembre 2021 alle 10:44 in Iraq Medio Oriente

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L’esito finale delle elezioni legislative irachene, svoltesi il 10 ottobre, ha messo fine alle speranze nutrite dai “perdenti”, riuniti nel cosiddetto “Quadro di coordinamento” sciita, contrari alla vittoria del clerico Muqtada al-Sadr. Al momento, oltre a interrogarsi sulla loro possibile reazione, ci si chiede quali saranno gli sviluppi che porteranno alla formazione di un nuovo esecutivo.

L’annuncio dei risultati finali è giunto il 30 novembre, dopo oltre un mese dall’apertura dei seggi. Gli oltre 1.400 ricorsi sono stati in gran parte respinti dall’Alta commissione elettorale indipendente. Pertanto, la differenza tra i risultati preliminari e quelli definitivi è stata di soli cinque seggi per alcuni partiti nei governatorati di Baghdad, Erbil, Mosul, Bassora e Kirkuk. Parallelamente, il clerico al-Sadr è stato confermato il vincitore, con 73 seggi su un totale di 329. A seguirlo, vi è la coalizione sunnita “Taqaddum”, guidata dal presidente del Parlamento iracheno uscente, Mohamed al-Halbousi, la quale ha ottenuto 37 seggi. Fatah, coalizione guidata da Hadi al-Amiri, capo dell’organizzazione Badr, affiliata alle Forze di Mobilitazione Popolare (PMF), ha ottenuto 17 seggi, il che rappresenta un forte calo rispetto alle elezioni del 12 maggio 2018, quando l’alleanza sciita ottenne 48 seggi, costituendo il secondo maggiore blocco in Parlamento.

Ora, la prossima mossa è l’approvazione dei risultati da parte della Commissione Giudiziaria Discriminatoria e la successiva ratifica della Corte suprema federale, entro dieci giorni dalla pubblicazione dei risultati. Successivamente, il presidente della Repubblica, Barham Salih, convocherà il nuovo Parlamento, il quale sarà chiamato a eleggere un proprio presidente e i suoi due vice. Seguirà, poi, la nomina del capo di Stato, il quale, a sua volta, chiederà al blocco parlamentare più numeroso di eleggere un premier, entro il termine massimo di un mese.

Al momento, sembra non vi siano motivi che potrebbero spingere l’organo giudiziario ad opporsi all’esito delle elezioni. Poi, lo sguardo sarà rivolto alla formazione di un nuovo governo. Ad ogni modo, alcuni esperti prevedono che la “escalation della casa sciita” non cesserà nel breve termine. Nel caso in cui il quadro di coordinamento non partecipi al prossimo esecutivo, soprattutto Fatah, vi saranno problematiche permanenti, o collisioni che potrebbero portare l’esecutivo a porre fine alla partecipazione nei processi politici di quelle forze o partiti che dispongono di propri gruppi armati. Ciò, spiegano gli esperti, sarebbe in linea con le richieste della popolazione irachena, che desidera un allontanamento delle armi dall’apparato statale. Tuttavia, secondo i medesimi analisti, anche in caso di “escalation”, non bisognerà attendere molto per la formazione del governo.

Quest’ultimo potrebbe essere formato da una “maggioranza nazionale”, che vedrebbe la partecipazione di sciiti, sunniti e curdi. Si prevede che, laddove curdi e sunniti riescano ad allearsi tra loro, il problema principale rimarrà nella frammentata ala sciita. Sadr potrebbe predominare e stringere alleanze con le controparti sunnite e curde e, in particolare, con al-Halbousi e il Partito Democratico del Kurdistan guidato da Massoud Barzani, il quale ha ottenuto 31 seggi. Nel corso delle ultime settimane, il clerico sciita ha riferito di propendere a un governo di maggioranza, rappresentato da quei partiti che hanno ottenuto il maggior numero di voti. Il premier, in tal caso, verrebbe scelto dal proprio partito. Un’altra eventualità è che si raggiunga un accordo soddisfacente, ma senza tener conto del numero di seggi conquistati.

Ad ogni modo, diversi esperti hanno messo in luce le difficoltà nel formare un governo in un contesto politico, quello iracheno, multietnico e multireligioso, dove più parti controllano le articolazioni dello Stato. “Si tratta di sapere chi si arrenderà per primo” ha dichiarato un analista del think thank “The Washington Institute for Near East Policy”, con riferimento al Movimento sadrista, da un lato, e alle PMF, dall’altro. “Finora nessuno dei due si è arreso alle pressioni dell’altro, motivo per cui i rischi di escalation e scontri in questa fase sono alti”, è stato aggiunto.

Indire elezioni legislative anticipate è stata una delle prime promesse del primo ministro uscente, Mustafa al-Kadhimi. Il suo mandato ha avuto inizio il 7 maggio 2020, dopo mesi caratterizzati da una forte mobilitazione, origine della caduta dell’esecutivo precedente, guidato da Adil Abd al-Mahdi. In realtà, anche la squadra di al-Kadhimi è stata accusata di non essere stata in grado di mantenere le promesse di riforma, né tantomeno di garantire la sicurezza dei manifestanti e degli attivisti che hanno continuato a mostrare il proprio malcontento in modo pacifico, ma che, invece, sono stati vittima di minacce, rapimenti, torture e omicidi da parte di gruppi non ancora identificati.

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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