Siria: il Pentagono ordina un’indagine su un attacco del 2019

Pubblicato il 30 novembre 2021 alle 10:56 in Siria USA e Canada

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Il segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Lloyd Austin, ha ordinato una nuova indagine “di alto livello” su un attacco aereo perpetrato dagli Stati Uniti, il 18 marzo 2019, in Siria, che ha provocato la morte di decine di donne e bambini. Ad effettuarlo sarebbe stata una “unità oscura” classificata per le operazioni speciali, soprannominata Task Force 9.

La notizia riguardante l’avvio dell’inchiesta è stata riportata dal New York Times il 29 novembre, sulla base delle informazioni fornite da un alto funzionario del Pentagono. Stando a quanto specificato, la nuova indagine verrà portata avanti dal generale a quattro stelle del Comando delle Forze armate, Michael X. Garrett, il quale dovrà indagare, nell’arco di novanta giorni, sull’episodio del 2019, andando altresì ad esaminare le indagini già condotte ed effettuando ulteriori ricerche. Nello specifico, bisognerà raccogliere informazioni riguardanti le vittime civili provocate, le procedure di registrazione e segnalazione, eventuali violazioni del diritto bellico, le misure di mitigazione e la loro efficacia e le misure di responsabilità, mentre bisognerà comprendere se è necessario o meno modificare “procedure e processi” delle autorità. Infine, bisognerà identificare eventuali responsabili di quanto accaduto.

Il raid aereo oggetto delle indagini è stato condotto nel corso di un’operazione volta a contrastare lo Stato Islamico a Baghuz, nell’Est della Siria. Secondo quanto emerso da un’inchiesta pubblicata dal New York Times, tale bombardamento provocò diverse vittime civili, ma le forze armate statunitensi non ne hanno mai parlato pubblicamente. Motivo per cui, il quotidiano statunitense ha rivolto accuse contro alti funzionari e ufficiali, responsabili di aver nascosto la morte di civili siriani.

Come riportato nell’inchiesta del New York Times, sarebbero state 80 le vittime civili provocate a Baghuz, tra i bilanci più elevati registrati nel corso della lotta contro lo Stato Islamico. Il bombardamento è stato condotto per mezzo di aerei da attacco F-15E dell’Air Force, parte della Task Force 9, un’unità perlopiù composta dalla Delta Force d’élite dell’esercito degli Stati Uniti. Tale task force era responsabile delle operazioni di terra in Siria e lavorava a stretto contatto con le milizie curde e arabe siriane. Il personale militare che ha parlato con il Times ha affermato che la stragrande maggioranza degli attacchi richiedeva un’azione immediata per proteggere le truppe alleate da una minaccia imminente. Tuttavia, a detta degli ufficiali militari, non sempre vi erano minacce di tal tipo.

Dopo che il Times ha inviato i suoi risultati al Comando centrale degli Stati Uniti, quest’ultimo ha riconosciuto l’attacco del 2019 per la prima volta. In una dichiarazione, ha affermato che le 80 morti erano giustificate, in quanto la task force aveva lanciato un attacco di autodifesa contro un gruppo di combattenti, da considerarsi una minaccia imminente per le forze alleate sul campo. Il Comando centrale ha poi dichiarato al Times che l’attacco aveva incluso tre bombe guidate, una bomba da 500 libbre che ha colpito il gruppo iniziale e due bombe da 2.000 libbre che hanno preso di mira gli individui in fuga dalla prima esplosione. Il Comando, in seguito, si è corretto, dicendo che tutte e tre le bombe erano munizioni da 500 libbre. A detta del Comando, poi, il bilancio delle vittime provocate includeva 16 combattenti e 4 civili. Per le altre 60 vittime segnalate, non era chiaro se si trattasse di civili o meno, in quanto donne e bambini affiliati allo Stato Islamico hanno spesso partecipato ai combattimenti.

Secondo un funzionario legale, l’attentato del 2019 potrebbe essere considerato un crimine di guerra. Motivo per cui, sono necessarie indagini. In particolare, in una e-mail inviata alla Commissione per le forze armate del Senato questa primavera, l’ufficiale legale ha affermato che “gli alti funzionari militari statunitensi hanno intenzionalmente e sistematicamente aggirato l’operazione relativa all’attacco deliberato” e che, con buone probabilità, funzionari governativi di alto livello erano all’oscuro di quanto stava accadendo sul campo. Parallelamente, alcuni esperti militari hanno criticato il Pentagono per non aver ordinato una revisione indipendente dell’attacco. “Ancora una volta, ci verrà chiesto di confidare nel fatto che l’esercito americano riesca a valutare i propri compiti”, ha affermato Sarah Holewinski, direttore di Human Rights Watch a Washington ed ex consigliere senior per i diritti umani dello stato maggiore militare. “Ho visto queste indagini su morti civili in Afghanistan, Iraq e Siria. In nessun caso sono stati identificati i responsabili”.

In realtà, l’ispettore generale indipendente del Dipartimento della Difesa aveva precedentemente aperto un’inchiesta, ma il rapporto contenente i suoi risultati è stato bloccato e privato di qualsiasi menzione del bombardamento. Stando a quanto riporta il New York Times, la task force che ha indagato sull’attacco in Siria e che, ad ottobre 2019,  ha inviato i suoi risultati al quartier generale del comando centrale a Tampa, in Florida, ha concluso che non vi è stato alcun illecito da parte dell’unità per le operazioni speciali statunitense. 

È stato il portavoce del Pentagono, John F. Kirby, ad affermare che il segretario Austin ha richiesto la nuova inchiesta dopo aver parlato con il generale Kenneth F. McKenzie Jr., comandante del Comando Centrale. Per Kirby, la nomina di Garrett riflette l’importanza data da Austin alla questione. Già settimane fa, Austin ha promesso di rivedere le operazioni militari statunitensi anche in altro Paesi e di indentificare e colpevolizzare eventuali responsabili. Di recente, poi, il segretario alla Difesa ha altresì ricevuto un briefing riservato sull’attacco del 2019 e sulla gestione del generale McKenzie, il quale ha supervisionato la guerra aerea in Siria.

Circa la presenza statunitense in Siria, era stato il medesimo portavoce John Kirby a chiarire, l’8 febbraio, che le truppe statunitensi stanziate nel Paese, le quali includono circa 900 tra soldati e funzionari, hanno il solo obiettivo di proteggere i civili, ed è questo che giustifica la permanenza delle forze USA nelle regioni circostanti ai giacimenti petroliferi siriani. “La nostra missione è sconfiggere l’ISIS”, aveva affermato il portavoce. Come evidenziato da più parti, una dichiarazione simile ha messo in luce un ulteriore cambiamento nella politica estera del presidente statunitense Joe Biden, rispetto a quella adottata dal suo predecessore, Donald Trump. Proprio durante la precedente amministrazione, il 30 luglio 2020, una compagnia petrolifera statunitense, Delta Crescent Energy LLC, aveva siglato un accordo con le Syrian Democratic Forces (SDF) per operazioni di modernizzazione nei giacimenti petroliferi già esistenti situati nel Nord-Est della Siria.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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