Iraq, elezioni legislative: completato il riconteggio dei voti, cambiamenti minimi

Pubblicato il 30 novembre 2021 alle 16:32 in Iraq Medio Oriente

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L’Alta Commissione elettorale indipendente dell’Iraq ha annunciato, oggi, martedì 30 novembre, di aver completato le procedure di riconteggio dei voti relativi alle ultime elezioni legislative, svoltesi il 10 ottobre scorso. Stando a quanto confermato, il tasso di affluenza alle urne è stato del 44%, pari a più di 9 milioni su oltre 22 milioni di iracheni aventi diritto di voto.

L’annuncio di oggi è giunto dopo che, nelle ultime settimane, la commissione è stata impegnata a ricontare manualmente i voti in determinate regioni irachene, a seguito dei 1436 ricorsi e delle denunce ricevute. Tuttavia, ha riferito la Commissione stessa, il riconteggio ha comportato un cambio di soli cinque seggi nei governatorati di Baghdad, Erbil, Mosul, Bassora e Kirkuk. “Ci siamo impegnati a trattare i risultati elettorali a norma di legge”, ha affermato il presidente del consiglio dei commissari, il giudice Jalil Adnan, nel corso della conferenza stampa di oggi.

Nell’ultimo mese, sin dall’annuncio dei risultati preliminari, esponenti filoiraniani hanno contestato a gran voce l’esito delle elezioni del 10 ottobre, che hanno rappresentato un duro colpo per alcuni partiti appoggiati da Teheran. Ad essere rifiutata è stata soprattutto la vittoria del clerico sciita Muqtada al-Sadr, a capo della coalizione Sairoon, il quale, tuttavia, si è riconfermato vincitore. Secondo quanto emerso anche a seguito del riconteggio, questo ha ottenuto 73 seggi, su un totale di 329, seguito dalla coalizione sunnita “Taqaddum”, guidata dal presidente del Parlamento iracheno uscente, Mohamed al-Halbousi, la quale ha ottenuto 37 seggi. Le due coalizioni sono seguite da “Stato di diritto”, alleanza guidata dall’ex premier Nuri al-Maliki, a cui sono stati assegnati 33 seggi.

Per quanto riguarda Fatah, coalizione guidata da Hadi al-Amiri, capo dell’organizzazione Badr, affiliata alle Forze di Mobilitazione Popolare, questa ha ottenuto 17 seggi, il che rappresenta un forte calo rispetto alle elezioni del 12 maggio 2018, quando Fatah ottenne 48 seggi, costituendo il secondo maggiore blocco in Parlamento. Il Partito Democratico del Kurdistan, invece, si è guadagnato 31 seggi. Il numero totale di seggi conquistati da candidati indipendenti nel nuovo Parlamento ha raggiunto quota 30, il che è stato considerato un buon risultato, alla luce della polarizzazione e dell’influenza dei partiti tradizionali che caratterizza il panorama politico iracheno.

Di fronte a dei risultati immutati, i quali dovranno essere approvati dalla Magistratura, non si esclude l’ipotesi di una nuova mobilitazione da parte del cosiddetto “Quadro di coordinamento delle forze sciite”, formato da coloro che denunciano quella che è stata definita una “manomissione dei voti da parte di mani straniere”. Il Quadro comprende anche la coalizione Al-Fatah, la coalizione dello Stato di diritto, la coalizione Nasr di Haider al-Abadi e il National Wisdom Movement, con a capo Ammar al-Hakim. Tra i maggiori oppositori vi sono, poi, i gruppi filoiraniani attivi in Iraq, tra cui le Forze di Mobilitazione Popolare, le quali hanno organizzato proteste e sit-in sin dal 16 ottobre. Alla luce di ciò, nella capitale Baghdad vige da giorni uno stato di allerta, dopo che, il 5 novembre scorso, circa 125 individui, di cui 27 civili, sono rimasti feriti a seguito di scontri tra forze dell’ordine e gruppi di manifestanti.

Indire elezioni legislative anticipate è stata una delle prime promesse del primo ministro, Mustafa al-Kadhimi. Il suo mandato ha avuto inizio il 7 maggio 2020, dopo mesi caratterizzati da una forte mobilitazione, alla base della caduta dell’esecutivo precedente, guidato da Adil Abd al-Mahdi. In realtà, anche la squadra di al-Kadhimi è stata accusata di non essere stata in grado di mantenere le promesse di riforma, né tantomeno di garantire la sicurezza dei manifestanti e degli attivisti che hanno continuato a mostrare il proprio malcontento in modo pacifico, ma che, invece, sono stati vittima di minacce, rapimenti, torture e omicidi da parte di gruppi non ancora identificati.

Per quanto riguarda Muqtada al-Sadr, si tratta di una figura popolare coinvolta nella politica irachena dal 2005, definito un populista, e dotato anche di una propria forza armata affiliata alle Forze di Mobilitazione Popolare (PMF). Egli si è più volte detto contrario alla presenza degli USA, ma, allo stesso tempo, non ha mai accolto con favore l’influenza dell’Iran all’interno del panorama iracheno. Sadr, in un primo momento, era tra i sostenitori dei movimenti di protesta scoppiati a ottobre 2019, a tal punto che inviò propri sostenitori, i “caschi blu”, per proteggere i manifestanti. La sua posizione è mutata con la morte del generale iraniano Qassem Soleimani, ucciso a seguito di un raid statunitense, il 3 gennaio 2020. Da quel momento in poi, i seguaci di Sadr, oltre ad abbandonare le piazze, sono stati accusati di veri e propri attacchi contro i manifestanti iracheni. Anche per le elezioni, Sadr aveva inizialmente deciso di non candidarsi, dopo l’incidente del 13 luglio in un ospedale Covid a Nassiriya, ma ha cambiato idea quando ha ricevuto un “documento di riforma” che l’avrebbe convinto della reale possibilità di apportare cambiamenti nel Paese e liberarlo dalla corruzione.

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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