Nucleare iraniano: riprendono gli attesi colloqui a Vienna

Pubblicato il 29 novembre 2021 alle 8:26 in Europa Iran USA e Canada

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È atteso per oggi, lunedì 29 novembre, un nuovo round dei colloqui volti a ripristinare l’accordo sul nucleare iraniano, altresì noto come Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA). A ospitarlo è nuovamente la capitale austriaca, Vienna. In un’atmosfera caratterizzata da scetticismo, Israele e il Regno Unito si sono detti disposti a collaborare “giorno e notte” affinché l’Iran non diventi una potenza nucleare.

Gli ultimi negoziati sul nucleare iraniano avevano avuto inizio il 6 aprile e, nonostante l’ottimismo espresso da più parti nel corso dei sei round, non hanno portato ad alcun risvolto significativo. Poi, il 17 luglio, sono stati sospesi, alla luce del “periodo di transizione” vissuto da Teheran con l’elezione di un nuovo presidente, Ebrahim Raisi. A seguito delle pressioni esercitate soprattutto dalle potenze occidentali, la parte iraniana ha successivamente accettato di risiedersi al tavolo dei negoziati, sebbene abbia specificato più volte una delle sue richieste principali, ovvero la revoca delle sanzioni da parte statunitense.

Così come verificatosi nei precedenti round, i colloqui di oggi vedranno la presenza di delegati di Iran, Cina, Russia, Germania, Francia e Regno Unito. Gli Stati Uniti verranno rappresentati dal proprio inviato speciale, Rob Malley, il quale, però, prenderà parte ai negoziati in modo indiretto, in quanto Teheran si è rifiutata di negoziare direttamente con Washington fino a una completa rimozione delle sanzioni. Pertanto, gli altri Paesi faranno da spola tra le delegazioni iraniana e statunitense, nel quadro di colloqui indiretti. Per l’Iran, invece, sarà presente il viceministro degli Esteri e “capo negoziatore”, Ali Bagheri Kani, un diplomatico definito “ultraconservatore”, il quale, il 14 settembre scorso, ha preso il posto di Abbas Araghchi, colui che aveva guidato i negoziati che hanno portato alla firma dell’accordo del 2015.

Bagheri Kani ha precedentemente riferito che: “Il primo obiettivo dei negoziati di Vienna è abolire tutte le misure di embargo. Il secondo obiettivo è promuovere i diritti del popolo iraniano di beneficiare della scienza nucleare”. “Abbiamo fatto la nostra scelta e l’Occidente deve pagare il prezzo per non aver rispettato i suoi impegni nell’accordo sul nucleare”, sono state le parole del capo negoziatore riportate da fonti iraniane, secondo cui le potenze occidentali starebbero cercando concessioni da parte di Teheran e non un vero e proprio accordo. L’Iran, da parte sua, è disposto a dialogare, purché riceva garanzie e il rispetto degli impegni dalle controparti.

La vigilia dei colloqui di Vienna è stata caratterizzata da una serie di consultazioni preliminari informali. Nello specifico, Ali Bagheri Kani, ha tenuto colloqui con delegati di Russia e Cina. A tal proposito, il rappresentante di Mosca presso le organizzazioni internazionali a Vienna, Mikhail Ulyanov, sul proprio account Twitter, ha affermato che lo “scambio di opinioni” del 28 novembre è stato “utile, soprattutto per comprendere la nuova posizione di Teheran in merito alle negoziazioni”. Il giorno precedente, il 27 novembre, il medesimo delegato russo ha sottolineato che i colloqui non potranno durare in eterno e che vi è bisogno di accelerare il corso delle trattative.

Nella medesima giornata del 28 novembre, il ministro degli Esteri di Israele, Yair Lapid, si è recato nel Regno Unito, nel quadro di un tour europeo. Tra le prime personalità incontrate vi è stato il suo omologo britannico, la ministra Liz Truss. I due capi della diplomazia hanno affermato che Gran Bretagna e Israele “lavoreranno giorno e notte” per impedire che l’Iran diventi una potenza nucleare. “Il tempo stringe, il che aumenta la necessità di una stretta collaborazione con i nostri partner e alleati per contrastare le ambizioni di Teheran”, hanno affermato i due ministri, il 28 novembre, alla vigilia della firma di un accordo decennale che si prevede vedrà Israele e Regno Unito cooperare in aree quali sicurezza informatica, la tecnologia, il commercio e la difesa, secondo quanto riportato dal quotidiano britannico The Telegraph.

Israele ha più volte criticato l’accordo sul nucleare iraniano del 2015, così come il possibile ritorno di Washington nell’intesa, e si è precedentemente detto contrario a qualsiasi dialogo che potesse portare Teheran a sviluppare le proprie capacità nucleari, alla luce dei rischi derivanti dalla possibile produzione di armi. Il primo ministro in carica, Naftali Bennett, ha anch’egli mostrato opposizione, e, in una riunione del governo del 28 novembre, ha espresso preoccupazione per un eventuale ripristino dell’intesa. “Israele è molto preoccupato per la volontà di revocare le sanzioni e consentire a miliardi di fluire in Iran in cambio di restrizioni insufficienti sul programma nucleare”, sono state le parole del premier di Tel Aviv.

Al momento, non ci si aspetta una grande svolta dai colloqui di Vienna. Le richieste di Teheran sembrano essere irrealistiche, soprattutto quelle relative alla revoca delle sanzioni imposte dal 2017 da USA e Unione Europea. Parallelamente, le divergenze con l’Agenzia internazionale per l’Energia atomica (AIEA) non sono state ancora del tutto risanate e l’organo di monitoraggio internazionale ha riferito che ai propri ispettori è stato impedito di effettuare ispezioni rapide in siti non dichiarati e di reinstallare le telecamere di videosorveglianza volte a garantire il rispetto delle clausole dell’accordo. Non da ultimo, Teheran avrebbe continuato ad aumentare le proprie scorte di uranio arricchito, pari a circa 2,5 tonnellate, ovvero dodici volte oltre le soglie previste, il che ha fatto temere che il Paese stesse lavorando alla produzione di bombe nucleari. L’Iran, da parte sua, ha continuato a ribadire che il proprio programma ha scopi civili pacifici.

Il Joint Comprehensive Plan of Action è stato firmato durante l’amministrazione di Barack Obama, il 14 luglio 2015, a Vienna, da parte di Iran, Cina, Francia, Russia, Regno Unito, Stati Uniti, Germania e Unione Europea. Questo prevede la sospensione di tutte le sanzioni nucleari imposte precedentemente contro l’Iran dall’Unione Europea, dall’Onu e dagli USA, in cambio della limitazione delle attività nucleari da parte del Paese mediorientale e ispezioni dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica presso gli impianti iraniani. L’8 maggio 2018, durante la presidenza di Donald Trump, Washington si è ritirata unilateralmente dall’accordo, imponendo nuove sanzioni contro Teheran che hanno, da un lato, aggravato le condizioni economiche del Paese mediorientale, e, dall’altro lato, acuito le tensioni tra Iran e Stati Uniti.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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