Honduras, elezioni presidenziali: la candidata dell’opposizione in testa

Pubblicato il 29 novembre 2021 alle 12:39 in America centrale e Caraibi

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La candidata presidenziale ed ex first lady Xiomara Castro, del Partito Libertà e Rifondazione (Libre), attualmente all’opposizione, è risultata in testa dopo la pubblicazione dei primi risultati delle elezioni tenutesi domenica 28 novembre in Honduras. Castro avrebbe registrato un netto vantaggio sul candidato del partito di governo conservatore, Nasry Asfura, nonostante entrambe le parti abbiano rivendicato la vittoria alla chiusura delle urne.

Stando ai risultati preliminari rilasciati dal Consiglio Elettorale Nazionale (CNE), Castro avrebbe guadagnato il 53% dei voti, mentre Asfura il 33%. Solo il 45% delle schede però risultano al momento scrutinate. Il Consiglio ha evidenziato un tasso di affluenza alle urne superiore al 68%. Si tratta di una cifra superiore a quella del 2017, secondo quanto affermato dal presidente del Consiglio, Kelvin Aguirre. La forte partecipazione ha suscitato aspettative di cambiamento dopo circa 10 anni di governo del Partito Nazionale.

Se vincesse Castro, moglie del deposto ex presidente honduregno Manuel Zelaya, il Paese non solo avrebbe la sua prima presidente donna, ma rivedrebbe la sinistra al potere per la prima volta da quando Zelaya è stato rovesciato, nel 2009, con un colpo di stato. La candidata ha cercato, durante la sua campagna, di unificare l’opposizione contro il governo del presidente uscente, Juan Orlando Hernandez, indagato negli Stati Uniti per presunto traffico di droga. Questa strategia si è rivelata vincente, a detta degli esperti, considerato che gran parte dei sondaggi avevano confermato il suo status di favorita rispetto agli altri contendenti. “Non possiamo restare a casa. Questo è il nostro momento. Questo è il momento di cacciare la dittatura”, ha dichiarato Castro, assalita dai giornalisti subito dopo aver votato, nella città di Catacamas.

La donna si è dichiarata vincitrice nonostante l’ordine del Consiglio elettorale nazionale di attendere i risultati ufficiali. “Vinciamo! Vinciamo!”, ha detto di fronte ai sostenitori di LIBRE quando ancora solo una piccola di voti era stata conteggiata. “Oggi il popolo ha ottenuto giustizia. Abbiamo ribaltato l’autoritarismo”, ha aggiunto. Anche il Partito Nazionale ha dichiarato immediatamente la vittoria del suo candidato, Asfura, sindaco di Tegucigalpa, ma i primi risultati non sarebbero promettenti per lui. Tra i 13 candidati alla presidenza honduregna, Asfura è un ricco uomo d’affari che ha cercato di dipingere la sua rivale come una radicale. Dopo aver votato, ha assicurato che avrebbe rispettato il verdetto degli elettori. “Qualunque cosa voglia il popolo honduregno alla fine, la rispetterò”, ha detto.

Numerosi osservatori elettorali nazionali e internazionali hanno monitorato il voto di domenica, inclusa una missione dell’Unione europea, composta da 68 membri. Zeljana Zovko, capo osservatore dell’UE, ha riferito ai giornalisti che la sua squadra avrebbe assistito per lo più a votazioni tranquille, con un’alta affluenza alle urne, nonostante alcuni ritardi nell’apertura dei seggi elettorali. “La campagna elettorale è stata molto dura”, ha osservato Julieta Castellanos, sociologa ed ex preside dell’Università Nazionale Autonoma dell’Honduras, osservando che la candidatura di Castro ha generato “grandi aspettative”. Castellanos ha poi aggiunto che episodi di violenza post-elettorale potrebbero verificarsi se i due candidati dovessero ottenere risultati molto ravvicinati.

Gli honduregni si sono presentati in massa domenica ai seggi elettorali, cosa inaspettata considerato che alle ultime due elezioni, nel 2013 e nel 2017, l’astensionismo è stato alto. Più di 5 milioni di elettori sono stati chiamati a votare un presidente, tre vicepresidenti, circa 300 funzionari dei governi locali e parte dei deputati del Congresso. Il voto ha provocato spinte diplomatiche tra Pechino e Washington dopo che Castro ha affermato che avrebbe aperto relazioni diplomatiche con la Cina, riducendo l’enfasi sui legami con Taiwan, l’isola autogovernata che il governo cinese rivendica come propria.

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Chiara Gentili

 

 

di Redazione