Georgia: rare proteste per il rilascio di Saakashvili, numerosi manifestanti feriti

Pubblicato il 29 novembre 2021 alle 9:56 in Europa Georgia

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Nella capitale della Georgia, Tbilisi, si sono intensificati i movimenti di protesta, lunedì 29 novembre, all’esterno del Tribunale per richiedere il rilascio dell’ex presidente del Paese, Mikheil Saakashvili, il cui processo è iniziato il medesimo giorno. Al fine di disperdere la folla di manifestanti e stabilizzare la situazione, le forze dell’ordine hanno utilizzato gas lacrimogeni e hanno dispiegato cannoni ad acqua, i quali non sono ancora stati utilizzati. Il quotidiano russo Izvestija ha riferito che “diversi manifestanti sono rimasti feriti”.

Sebbene le proteste fossero iniziate nel mese di ottobre, l’agenzia di stampa russa TASS ha riferito che, il 29 novembre, i manifestanti scesi in piazza sono incrementati e che, al momento, sono in corso scontri tra le forze di sicurezza e i sostenitori di Saakashvili. Una delle misure adottate delle autorità del Paese per stabilizzare la situazione è stata quella di chiudere al traffico le strade limitrofe all’area. L’ex presidente è stato portato al Tribunale di Tbilisi, dove una giuria valuterà la sua colpevolezza o innocenza riguardo alle proteste del 7 novembre 2007. Nello specifico, l’accusa fa riferimento all’adozione di mezzi violenti da parte delle autorità georgiane per disperdere i manifestanti quando l’ex presidente era in carica. In tale anno, i cittadini georgiani si erano radunati nella capitale, il 2 novembre, dando il via ad una serie di proteste antigovernative pacifiche. Lo scopo era condannare la corruzione del governo di Saakashvili. Le proteste furono innescate dalla detenzione del politico georgiano, Irakli Okruashvili, accusato di estorsione, riciclaggio di denaro e abuso d’ufficio, durante il suo mandato come ministro della Difesa del Paese. Tuttavia, sebbene le manifestazioni iniziarono a precipitare il 6 novembre, il giorno seguente divennero particolarmente violente. In tale data, la polizia si servì di mezzi bruschi, inclusi gas lacrimogeni e cannoni ad acqua, per sgomberare i manifestanti dal territorio adiacente alla sede del Parlamento e per impedire ai dimostranti di riprendere le proteste. A seguito di tale epilogo, dal governo georgiano giunsero accuse contro i servizi segreti russi riguardo il loro coinvolgimento in un tentativo di colpo di Stato. Successivamente, le autorità del Paese annunciarono lo Stato di emergenza, che si protrasse fino al 16 novembre 2007.  

Prima del processo, in due occasioni, il 23 ottobre e il 19 novembre, era stato riferito che Saakashvili era in gravi condizioni fisiche, anche a causa dello sciopero della fame, avviato dal momento della sua detenzione. Il suo aggravamento non ha fatto altro che alimentare i sentimenti antigovernativi dei manifestanti, che, negli ultimi mesi, si sono riuniti più volte per esortare le autorità georgiane a rilasciarlo e a concedergli l’amnistia politica. Tuttavia, il servizio di sicurezza lo ha accusato, il 6 novembre, di pianificare un colpo di Stato. Secondo le autorità di Tbilisi, le proteste di massa organizzate dall’opposizione, nell’ultimo periodo, farebbero parte di un più ampio piano, che culminerebbe con “un colpo di Stato”, ideato e “diretto dall’ex presidente, Mikheil Saakashvili”, che si trova in carcere. “Gli organizzatori delle proteste hanno intenzione di bloccare gli edifici governativi”, si leggeva nel comunicato.

Saakashvili è stato arrestato il primo ottobre, un giorno dopo il suo ritorno nel Paese del Caucaso, dopo 8 anni di esilio, al fine di supportare il proprio partito Movimento Nazionale Unito (UNM) durante le elezioni municipali. Queste ultime sono state vinte dal partito al governo, Sogno Georgiano, il 2 ottobre. Saakashvili aveva annunciato il suo ritorno, giovedì 30 settembre, attraverso un post su Facebook in cui spiegava che lo scopo del viaggio era “salvare il Paese”, sullo sfondo delle elezioni locali. Il giorno successivo, il primo ottobre, l’uomo ha esortato la popolazione a votare per il partito UNM. Inizialmente, il governo aveva negato che fosse tornato, tuttavia, venerdì, il premier Irakhli Garibashvili ne ha annunciato l’arresto, aggiungendo che il 53enne era stato portato nella penitenziaria della città di Rustavi. Successivamente, l’8 ottobre, numerosi civili legati al partito di opposizione UNM sono scesi in piazza per manifestare contro il partito al governo e richiedere il rilascio dell’ex presidente. Le proteste sono poi sfociate in scontri tra i manifestanti e le forze dell’ordine, le quali hanno posto in stato di fermo tre cittadini.

Saakashvili si era rifugiato in Ucraina perché, nel 2018, l’uomo era stato condannato in contumacia a sei anni di carcere per abuso di potere e per occultamento di prove. Secondo l’ex presidente, i casi giudiziari aperti contro di lui in tale anno avevano “motivazioni politiche”. Stando alle disposizioni della Costituzione georgiana, l’ex capo di Stato non poteva candidarsi nuovamente per le elezioni presidenziali del 2013, poiché si sarebbe trattato del suo terzo mandato. Il medesimo anno, pertanto, Saakashvili lasciò il Paese per rifugiarsi in Ucraina, dove, nel 2014, supportò il movimento ucraino antirusso Euromaidan. Di conseguenza, Kiev concesse all’ex presidente georgiano non solo la cittadinanza ucraina, ma venne anche nominato governatore della regione di Odessa. Nello stesso anno fu privato della cittadinanza georgiana e, nel novembre 2016, anche di quella ucraina: quest’ultima gli è stata poi restituita in seguito, nel maggio 2019.

In tal contesto, è importante ricordare che la Georgia, a partire dal 31 ottobre 2020, è stata colpita da una profonda crisi politica interna causata dalle elezioni parlamentari, le quali sono state vinte dal partito Sogno Georgiano. Numerosi cittadini e gruppi politici dell’opposizione hanno accusato il partito di brogli elettorali, rifiutandosi di partecipare all’attività politica del parlamento. La situazione è peggiorata quando, il 18 febbraio, l’ormai ex premier del Paese, Grigorij Gacharija, ha rassegnato le dimissioni a causa dell’impossibilità di raggiungere accordi parlamentari tra i vari schieramenti. Qualche giorno dopo, il 23 febbraio, la crisi politica si è aggravata ulteriormente quando la polizia georgiana ha arrestato l’oppositore, Nika Melia, leader del partito Movimento Nazionale Unito.  

Bruxelles è intervenuta nella questione attraverso un piano, il documento Danielsson, presentato al Parlamento di Tbilisi il 18 aprile. Numerose trattative, complice il rilascio di Melia del 10 maggio, hanno portato il gruppo UNM a rientrare al Parlamento per partecipare alla vita politica del Paese. Tuttavia, Melia ha dichiarato che il suo partito non avrebbe mai firmato il patto europeo a causa di alcuni punti che non condivide. Nello specifico, l’oppositore ha fatto riferimento alla durata dei mandati di figure rilevanti in ambito giudiziario. Il fatto che il presidente della Commissione Elettorale Centrale (CEC) – organo che si occupa della supervisione delle elezioni per garantirne la trasparenza – non sarà sostituito, così come i giudici e i funzionari corrotti, non permetterà di apportare cambiamenti reali al sistema politico del Paese.

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Anna Peverieri, interprete di russo e inglese

di Redazione