Siria: esplosione nel governatorato di Aleppo, morti 3 civili

Pubblicato il 28 novembre 2021 alle 16:41 in Medio Oriente Siria

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

Tre civili, due donne e un bambino, membri di una stessa famiglia, hanno perso la vita, mentre altri 5 individui sono rimasti feriti a seguito dell’esplosione di un’autobomba nella città di Manbij, nella periferia Nord-orientale del governatorato di Aleppo, a sua volta situato nel Nord della Siria.

L’episodio ha avuto luogo il 27 novembre. Secondo quanto riportato dall’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani (SOHR), un’auto è esplosa nel centro della città a maggioranza araba, posta sotto il controllo delle Syrian Democratic Forces (SDF), provocando il ferimento anche di 2 membri delle forze di sicurezza curde Asayesh. Al momento, non è chiaro chi possa essere stato l’attentatore. Le autorità locali e, nello specifico, il Consiglio militare, hanno parlato di una “esplosione terroristica”, verificatasi mentre un veicolo con a bordo civili entrava a Manbij. Tuttavia, non sono stati diffusi ulteriori dettagli su quanto accaduto.

Le autorità curde delle SDF, che di fatto controllano Manbij, sono state per anni alla guida della lotta contro lo Stato Islamico nella regione. Le loro operazioni sono state perlopiù sostenute dagli Stati Uniti, che forniscono armi e copertura aerea. Proprio nel corso delle operazioni anti-ISIS, le Syrian Democratic Forces sono riuscite a conquistare, nel mese di agosto 2016, Manbij, portando al conseguente insediamento del Consiglio militare, il quale ha assunto il controllo dell’area. Parallelamente, dal 2018, a seguito di un accordo con le SDF, l’esercito siriano si è schierato alla periferia occidentale e meridionale della città, al fine di impedire l’avanzata della Turchia, la quale si oppone alla presenza delle SDF in un’area così vasta al confine con i propri territori. Tuttavia, l’esercito siriano, affiliato al presidente Bashar al-Assad, secondo alcuni, desidererebbe ancora entrare a Manbij, considerata la sua posizione geografica, sulla strada internazionale M4, e collegamento per Aleppo, Raqqa e Hasakah.

Parallelamente, le tribù, perlopiù arabe, che abitano Manbij e le aree circostanti hanno più volte mostrato la propria opposizione alla presenza delle SDF nella città. Ciò è emerso quando, dal 31 maggio scorso, la città è stata testimone di un’ondata di proteste, poi terminata con un accordo tra l’Amministrazione autonoma curda e gli abitanti locali. Ad aver scatenato la rabbia della popolazione vi è stata l’imposizione, da parte delle autorità curde, della leva obbligatoria per i giovani, sia ragazze sia ragazzi, nati dal 1990 al 2003, residenti ad Ain al-Arab, Qamishli, Manbij, Raqqa, Deir Ezzor. In realtà, secondo alcuni, la disposizione ha rappresentato il culmine di uno stato di malcontento, provocato dal deterioramento delle condizioni di vita della regione. Di fronte alla crescente mobilitazione, l’autoproclamato governo siriano ad interim ha chiesto l’intervento della comunità internazionale per salvaguardare i civili e per frenare l’arruolamento forzato, considerato una violazione del diritto internazionale. Poi, il 3 giugno, l’Amministrazione curda ha revocato la decisione sulla leva obbligatoria.

Secondo diversi analisti, l’Amministrazione autonoma curda potrebbe aver acconsentito alle richieste della popolazione al fine di contenere la situazione di caos, che ha visto le forze di Damasco e Mosca precipitarsi a chiedere alle Syrian Democratic Forces di consegnare loro i territori testimoni di disordini. Le SDF, a detta degli analisti, non intendono cedere Manbij a nessun altro attore, che si tratti di Russia, del governo siriano, o dei gruppi di opposizione, in quanto ciò significherebbe perdere un collegamento rilevante tra le aree da esse controllate nel governatorato di Aleppo. Ad ogni modo, alcuni analisti hanno sottolineato che Manbij rientra nella sfera di influenza degli Stati Uniti, i quali hanno un ruolo nel determinare le sorti della città.

Gli episodi di Manbij si collocano nel quadro del più ampio conflitto siriano, scoppiato il 15 marzo 2011 e tuttora in corso. Ad affrontarsi vi sono, da un lato, l’esercito legato al governo siriano e al presidente Bashar al-Assad, coadiuvato da Mosca e appoggiato dall’Iran e dalle milizie libanesi filoiraniane di Hezbollah, mentre, sul fronte opposto, vi sono i ribelli, i quali ricevono il sostegno della Turchia. Il 5 marzo 2020, il presidente russo, Vladimir Putin, e il suo omologo turco, Recep Tayyip Erdogan, hanno raggiunto un accordo volto a porre fine all’offensiva dei mesi precedenti nel governatorato Nord-occidentale di Idlib e a favorire il ritorno di sfollati e rifugiati nell’ultima enclave posta sotto il controllo dei gruppi ribelli. Ancora oggi, la tregua viene ripetutamente violata, ma l’intesa di Mosca e Ankara ha scongiurato il rischio di un’offensiva su vasta scala.

 

Leggi Sicurezza Internazionale, il quotidiano italiano interamente dedicato alla politica internazionale

Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.