Sudan: rilasciati altri membri del governo

Pubblicato il 27 novembre 2021 alle 11:13 in Africa Sudan

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A seguito di uno sciopero della fame durato meno di 24 ore, l’ex ministro sudanese per gli affari governativi, Khalid Omer Yousif, è stato rilasciato insieme ad alcuni membri dell’esecutivo precedentemente arrestati. Altre personalità politiche di alto rango, invece, sono tuttora in custodia.

La notizia è stata diffusa, sabato 27 novembre, attraverso una nota rilasciata dal Ministero dell’Informazione sudanese, in cui è stato specificato che tra gli altri individui rilasciati vi sono l’ex governatore dello stato di Khartoum, Ayman Nimir, e il membro della task force anticorruzione, Maher Abouljokh. Altri 5 detenuti politici, invece, sono stati scarcerati il 26 novembre. Yousif ed altri, stando a quanto riferito dal Partito del Congresso sudanese, avevano intrapreso uno sciopero della fame per protestare contro la loro perdurante detenzione, nonostante l’accordo siglato, il 21 novembre, tra i leader militari e il primo ministro deposto, Abdalla Hamdok. Questo prevede non solo il ritorno del premier alla sua posizione, ma altresì il rilascio dei detenuti politici, il cui numero, però, non è stato mai annunciato dalle autorità sudanesi.

L’annuncio del rilascio è giunto a circa un mese di distanza dall’evento che ha scosso il Sudan il 25 ottobre, data in cui l’esercito sudanese ha preso il potere, sciogliendo il governo di transizione e detenendo decine di funzionari e politici, tra cui il primo ministro Abdalla Hamdok, i quali avrebbero dovuto supervisionare un processo di transizione verso la democrazia, al momento compromesso. Il massimo generale sudanese, Abdel Fattah al-Burhan, ha successivamente nominato un nuovo Consiglio sovrano, in sostituzione del precedente, composto da figure civili e militari. Ciò non è stato ben accolto dalla popolazione sudanese, che ha continuato a protestare, chiedendo il passaggio completo al governo civile e pretendendo che i golpisti fossero processati in tribunale.

Una prima svolta è giunta con l’accordo del 21 novembre, con cui è stato concordato di porre Hamdok alla guida di un governo di tecnocrati, durante una fase di transizione politica che dovrebbe durare fino al 2023, mentre il potere dovrebbe essere condiviso con i militari. In particolare, il governo rimarrà ancora sotto la supervisione militare, anche se Hamdok ha affermato di avere il potere di nominare i ministri. Tale intesa trae origine da un precedente accordo concluso tra le forze politiche militari e civili, in seguito al rovesciamento dell’ex presidente Omar al-Bashir, l’11 aprile 2019, quando le parti avevano deciso di condividere il potere fino alle elezioni. Il colpo di Stato del 25 ottobre ha poi fatto naufragare tale partenariato.

Ad ogni modo, nonostante l’intesa annunciata il 21 novembre, i movimenti di protesta nel Paese africano non sono cessati. In tale quadro, partiti politici e gruppi civili sudanesi ritengono l’accordo un tradimento, mentre per altri si tratterebbe di una copertura politica per l’acquisizione del potere da parte dei militari, oltre che di una concessione fatta ad al-Burhan. Per il 28 novembre è stato lanciato un appello per ulteriori manifestazioni di massa, dopo che decine di migliaia di sudanesi hanno protestato nelle strade di Khartoum e in altre città del Paese, il 25 novembre. In tale quadro, il Comitato centrale dei medici sudanesi ha dichiarato, il 26 novembre, che 63 persone sono rimaste ferite durante le proteste del giorno precedente, di cui una provocata da colpi di arma da fuoco, nella città di Bahri.

Per l’inviato speciale delle Nazioni Unite in Sudan, Volker Perthes, l’accordo volto a reintegrare Hamdok è sì imperfetto, ma ha scongiurato un conflitto civile nel Paese e una situazione simile a quella a cui si assiste in Siria, Yemen o Libia, e ha impedito ulteriore caos e violenze. Come affermato nel corso di un’intervista del 26 novembre, Perthes considera l’intesa un’alternativa a un percorso in cui, alla fine, i militari sudanesi si sarebbero posti come unici sovrani. Inoltre, si tratta di un primo passo rilevante verso il ripristino dello “ordine costituzionale”. Tuttavia, a detta di Perthes, sono necessarie ulteriori misure per dimostrare la fattibilità dell’accordo, compreso il rilascio di tutti i detenuti, la cessazione dell’uso della violenza contro i manifestanti e la piena libertà di Hamdok di scegliere i membri del suo governo. 

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo e inglese

di Redazione

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