Yemen: la ripresa sarebbe possibile, se la guerra finisse ora

Pubblicato il 25 novembre 2021 alle 6:56 in Medio Oriente Yemen

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Secondo il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (UNDP), il numero di vittime provocate dal conflitto civile in Yemen, per cause sia dirette sia indirette, potrebbe raggiungere quota 377.000 entro la fine del 2021. Tuttavia, a detta dell’organizzazione, se la guerra finisse nell’immediato, il Paese potrebbe riuscire ancora a riprendersi. Al contrario, se il conflitto dovesse protrarsi fino al 2030, potrebbero essere 1,3 milioni gli individui che non riuscirebbero a sopravvivere.

Tali considerazioni sono emerse all’interno di un rapporto dell’UNDP, pubblicato il 23 novembre, in cui è stato analizzato l’impatto della guerra civile in Yemen e i possibili scenari di ripresa in un’eventuale era postbellica. Ad oggi, le morti dirette derivanti dalle ostilità in Yemen, conflitti via terra e raid aerei in primis, rappresentano il 40% del totale, mentre per il restante 60% si tratta di vittime provocate da effetti collaterali, tra cui fame e malattie prevenibili. A pagare maggiormente le spese sono soprattutto i bambini. Secondo quanto riporta l’UNDP, ogni 9 minuti un bambino yemenita di età inferiore ai 5 anni muore. “Il conflitto ha distrutto le infrastrutture, fatto crollare l’economia e ha portato milioni di persone sull’orlo della carestia” si legge nel rapporto, il quale ha messo in luce l’incapacità, a livello internazionale, di “fermare la macchina da guerra, nonostante gli sforzi diplomatici in corso”. Nello specifico, il conflitto, negli ultimi sei anni, ha fatto perdere 126 miliardi di dollari in termini di potenziale crescita economica e ha fatto sì che lo Yemen venisse classificato tra i Paesi più poveri al mondo.

Tuttavia, secondo l’UNDP, se la guerra finisse oggi stesso, entro il 2047, ovvero entro una generazione, sarebbe possibile arginare la povertà estrema, che attualmente coinvolge 15,6 milioni di persone. Attraverso modelli statistici che analizzano scenari futuri, il rapporto mostra che garanzie di pace entro gennaio 2022, insieme a un processo di ripresa inclusivo e olistico, potrebbero consentire agli yemeniti di invertire le tendenze di impoverimento e passare a uno status di reddito medio entro il 2050. Il rapporto prevede, inoltre, che la malnutrizione possa essere dimezzata entro il 2025 e che il Paese possa raggiungere una crescita economica pari a 450 miliardi di dollari entro il 2050, in uno scenario integrato di pace e ripresa.

In caso contrario, morte e carestia continueranno a caratterizzare il Paese. Il rapporto mostra che gran parte dei decessi sarà conseguenza dell’impatto della crisi sui mezzi di sussistenza, sui prezzi dei generi alimentari e sul deterioramento dei servizi di base, come sanità e scolarizzazione. La percentuale di vittime provocata da fattori secondari è destinata a crescere fino al 75% entro il 2030. La crisi ha già portato 4,9 milioni di persone in uno stato di malnutrizione e potrebbe essere toccata quota 9,2 milioni entro il 2030, se la guerra dovesse persistere. Nello stesso anno, il numero di persone che vivono in condizioni di povertà estrema salirebbe a 22 milioni, pari al 65% della popolazione.

Il rapporto è stato pubblicato mentre lo Yemen continua a essere teatro di un perdurante conflitto. Questo è scoppiato il 21 settembre 2014, data in cui i ribelli Houthi hanno preso il controllo della capitale yemenita, Sana’a, dando avvio a una guerra civile che ha provocato la peggiore crisi umanitaria a livello internazionale, secondo le Nazioni Unite. Ad affrontare il gruppo sciita vi è l’esercito affiliato al governo riconosciuto a livello internazionale, a sua volta coadiuvato da una coalizione internazionale guidata dall’Arabia Saudita.

Nel corso del 2021, l’attenzione è stata particolarmente rivolta verso il governatorato di Ma’rib, ultima roccaforte delle forze filogovernative nel Nord del Paese. Qui, dalla prima settimana di febbraio 2021, i ribelli hanno lanciato una violenta offensiva, tuttora in corso, volta a conquistare una regione ricca di risorse petrolifere e che consentirebbe al gruppo sciita di completare i propri piani espansionistici nello Yemen settentrionale. Fino ad ora, gli Houthi non hanno ottenuto i risultati auspicati, mentre il peggioramento della situazione umanitaria desta preoccupazione a livello internazionale. La sola città di Ma’rib, capoluogo dell’omonimo governatorato, ospita il 61% degli sfollati yemeniti ed è sede del più grande accampamento del governatorato, al-Jufina. Qui risiedono circa 10.000 famiglie, ovvero oltre 75.000 individui, per la maggior parte donne e bambini. In tale quadro, secondo quanto riferito, il 24 novembre, dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni delle Nazioni Unite, oltre 45.000 persone sono state sfollate a causa degli intensi combattimenti nel governatorato di Ma’rib, dal mese di settembre scorso.

Pur consapevole che la pace sia l’unica strada percorribile per porre fine alle sofferenze della popolazione yemenita, nel suo rapporto, l’UNDP invita gli attori nazionali, regionali e internazionali interessati al dossier ad adottare un processo di ripresa olistico e trasversale, che includa tutta la società. Il sostegno alla ripresa, a detta dell’organizzazione, deve andare ben oltre le infrastrutture ed essere indirizzato soprattutto agli individui. A tal proposito, è stato rilevato che gli investimenti nel settore agricolo, l’emancipazione delle donne, lo sviluppo delle capacità e una governance e delle istituzioni efficaci e inclusive abbiano il più alto ritorno sullo sviluppo. In particolare, l’emancipazione delle donne è considerata la chiave per la ripresa, e potrebbe favorire una crescita del PIL del 30% entro il 2050 e un dimezzamento della mortalità materna entro il 2029. Tuttavia, evidenzia l’organizzazione, i piani a sostegno della ripresa dovrebbero essere sviluppati sin da subito e in modo continuo, anche mentre i combattimenti continuano.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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