L’Australia invia militari alle Isole Salomone, colpita la Chinatown della capitale

Pubblicato il 25 novembre 2021 alle 15:22 in Australia Cina

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Il primo ministro dell’Australia, Scott Morrison, ha annunciato l’invio di agenti di polizia, soldati e diplomatici in aiuto alle Isole Salomone dopo che manifestanti antigovernativi sono scesi in strada per il secondo giorno di proteste caratterizzate da violenze. Tra i luoghi più colpiti vi è stata la Chinatown della capitale Honiara, destando preoccupazione da parte di Pechino.

Morrison ha affermato che il dispiegamento australiano comprenderà un distaccamento di 23 agenti della polizia federale e altri 50 per garantire la sicurezza nei pressi di infrastrutture di primaria importanza, 43 membri delle forze di difesa, una motovedetta e almeno 5 inviati.  La prima parte del personale australiano dovrebbe arrivare nella sera del 25 novembre e gli altri il giorno dopo, il loro dispiegamento dovrebbe durare alcune settimane. Il primo ministro australiano ha poi specificato che l’obiettivo di Canberra è “fornire stabilità e sicurezza”. Morrison ha però affermato che le forze di sicurezza australiane non cercheranno di risolvere le questioni alla base delle proteste, ma si concentreranno invece sul ripristino della calma. Morrison ha specificato: “Non è intenzione del governo australiano intervenire in alcun modo negli affari interni delle Isole Salomone”.

Il 24 novembre, il primo ministro delle Isole Salomone, Manasseh Sogavare, ha annunciato un lockdown dopo che circa 1.000 persone si sono radunate per protestare nella capitale, Honiara, chiedendo le sue dimissioni per una serie di questioni interne. I manifestanti avevano tentato di prendere d’assalto il Parlamento e deporre Sogavare, dando fuoco a una struttura annessa e saccheggiando i negozi vicini. I manifestanti hanno sfidato il lockdown del governo e hanno colpito anche il distretto di Chinatown della città, incendiando diversi edifici, tra cui proprietà commerciali e una filiale bancaria. Come riferito da South China Morning Post, al tramonto, nello skyline di Honiara si vedevano fiamme e colonne di fumo sopra la città. La polizia locale ha eretto posti di blocco, ma i manifestanti non mostrerebbero segni di cedimento.

Il governo delle Isole Salomone ha riferito che i manifestanti volevano ” distruggere la nostra Nazione e[…]la fiducia che si stava costruendo lentamente tra la nostra gente”. Sogavare ha poi dichiarato che il suo governo aveva ancora il controllo sulla Nazione affermando: “Oggi sono davanti a voi per informarvi che il nostro Paese è al sicuro: il vostro governo è al suo posto e continua a guidare la nostra Nazione”. Il primo ministro ha poi aggiunto che i responsabili saranno portati di fronte alla giustizia e dovranno affrontare “il pieno peso di legge”. Sogavare ha affermato che le persone coinvolte negli ultimi disordini sono state “sviate” da persone senza scrupoli.

La maggior parte dei manifestanti a Honiara proverrebbe dalla vicina isola di Malaita, dove le persone si starebbero lamentando da tempo dell’abbandono da parte del governo centrale. Il leader dell’opposizione, Matthew Wale, ha chiesto a Sogavare di dimettersi, affermando che la frustrazione per le decisioni controverse prese durante il suo mandato, iniziato il 24 aprile 2019,  avrebbe portato alla violenza. Anche il premier provinciale di Malaita, Daniel Suidani, ha chiesto l’immediato abbandono del proprio incarico a Sogavare, affermando che il primo ministro avrebbe anteposto l’interesse degli stranieri a quello degli abitanti delle Isole Salomone.

Di fronte a tali sviluppi, il 25 novembre, il portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Zhao Lijian, ha affermato che la Cina sta prestando grande attenzione agli sviluppi nelle Isole Salomone e sostiene gli sforzi del governo per fermare violenze e disordini. Pechino ha affermato di ritenere che, sotto la guida di Sogavare, il governo possa ripristinare l’ordine e la stabilità sociale il prima possibile. La Cina ha quindi espresso “seria preoccupazione” per gli attacchi contro alcuni cittadini cinesi e istituzioni finanziate da parte cinese.  Il governo locale dell’isola di Malaita da dove sarebbero partite le proteste si è opposto fermamente alla decisione delle Isole Salomone di trasferire le proprie sedi diplomatiche da Taiwan a Pechino il 28 settembre 2019. Oltre a questo, già nel 2006, dopo le elezioni generali, gran parte della Chinatown di Honiara era stata attaccata in seguito alla circolazione di informazioni secondo cui le imprese con legami con Pechino avevano truccato il voto. Il 25 novembre, Zhao Lijian ha ribadito il principio “una sola Cina” in base al quale Taiwan fa parte del territorio cinese di cui sarebbe una provincia e non un’entità autonoma. Zhao ha poi ricordato i progressi nello sviluppo delle relazioni tra le Isole Salomone e la Cina negli ultimi due anni, specificando che qualunque tentativo di danneggiarli sarà vano.

Rispetto all’annuncio australiano, Canberra aveva già condotto una missione di peacekeeping nelle Salomone dal 2003 al 2017, la cosiddetta Missione di assistenza regionale alle Isole Salomone per impedire che il Paese diventasse uno “Stato fallito”. Tale operazione era costata circa 2,2 miliardi di dollari e i critici di tale mossa avevano affermato che il dispiegamento si era trascinato troppo a lungo perché è stato deciso senza una chiara strategia di uscita.

Intanto, lo stesso 25 novembre, il Ministero degli Esteri della Nuova Zelanda ha dichiarato di non essere stato contattato dal governo delle Salomone con richieste di aiuto.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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