USA: accordo con Asia e GB per abbassare il prezzo del petrolio

Pubblicato il 23 novembre 2021 alle 17:45 in Cina USA e Canada

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Il 23 novembre, gli Stati Uniti hanno annunciato che immetteranno nel mercato energetico 50 milioni di barili di petrolio provenienti dalle proprie riserve. Tale mossa, in coordinamento con Cina, India, Corea del Sud, Giappone e Gran Bretagna, intende influenzare il prezzo del greggio al ribasso.

La Casa Bianca ha rilasciato una dichiarazione ufficiale a tale riguardo, dopo che una fonte interna all’amministrazione statunitese aveva anticipato l’esistenza di un piano di Washington, in accordo con i principali consumatori asiatici di energia, per abbassare i prezzi del greggio. La partecipazione della Gran Bretagna non era stata precedentemente menzionata. A proposito della decisione degli Stati Uniti, non è chiaro se questa avrà un effetto significativo e duraturo sui prezzi. 

In ogni caso, l’immissione di 50 milioni di barili della US Strategic Petroleum Reserve dovrebbe avvenire in due modi. Un totale di 32 milioni di barili prenderà la forma di vendite “in prestito” alle società consumatrici, che dovranno restituire il greggio in un secondo momento, probabilmente a distanza di uno o più anni. Altri 19 milioni di barili, invece verranno venduti a titolo definitivo, nell’arco di diversi mesi. I funzionari statunitensi hanno sottolineato che si tratta della prima volta che gli Stati Uniti hanno coordinato una tale politica con alcuni dei maggiori consumatori di petrolio del mondo. 

La mossa arriva all’indomani del rifiuto dell’OPEC+, l’organizzazione allargata dei principali Paesi esportatori di petrolio, di immettere una quantità maggiore di greggio nel mercato, per diminuire il prezzo (che ha raggiunto il livello massimo registrato negli ultimi tre anni). Il gruppo aveva respinto la proposta, a fronte dei timori riguardanti un nuovo aumento su scala globale delle infezioni da nuovi coronavirus e una conseguente diminuzione della domanda di petrolio, che rischia di causare a sua volta un calo dei prezzi. A proposito della decisione degli USA, è importante sottolineare che la crescita del costo dell’energia è strettamente collegata al problema dell’inflazione. 

Proprio a fronte dell’emergenza inflazionaria negli USA, oltre che in vista delle elezioni di metà mandato del 2022, era stato lo stesso presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, ad invitare ripetutamente l’OPEC+ ad aumentare l’offerta di greggio, per stimolare una riduzione del suo costo. Alla luce delle prime indiscrezioni riguardo alla decisione unilaterale di Washington, considerata un tentativo di controllare autonomamente il mercato energetico globale, l’OPEC+ ha avvertito che l’organizzazione è pronta a rispondere. 

Gli stati dell’OPEC+, compresi gli alleati degli Stati Uniti nel Golfo, si incontreranno di nuovo il 2 dicembre e discuteranno di tali recenti sviluppi. Per citare una posizione nettamente opposta a quella degli USA, lo stesso 22 novembre, Suhail Al-Mazrouei, ministro dell’Energia degli Emirati Arabi Uniti, uno dei maggiori produttori dell’OPEC, ha affermato di non vedere “nessuna logica” in un eventuale aumento dell’offerta da parte degli EAU verso i mercati globali.

La decisione degli USA apre la strada a più grandi tensioni nella cosiddetta “geopolitica del petrolio”, che all’inizio del 2020 era stata segnata dalla guerra dei prezzi tra Arabia Saudita e Russia. La posta in gioco è il prezzo di una delle merci più importanti al mondo, l’energia, il cui costo è estremamente rilevante, soprattutto alla luce dell’ondata inflazionistica di maggiore portata dell’ultimo decennio. Sullo scacchiere internazionale, la mossa degli USA potrebbe incrinare i rapporti tra Washington e Riad, che sono considerati una pietra angolare delle relazioni degli Stati Uniti in Medio Oriente.

Infine, vale la pena notare che, per l’occasione, Washington e Pechino hanno messo da parte la loro rivalità: la Cina è uno dei grandi consumatori di petrolio ad aderire a questa iniziativa, proprio come India, Giappone, Corea del Sud o ancora Regno Unito. Citando un analista di Rystad Energy, menzionato dalla stampa francese, siamo di fronte ad una sorta di “alleanza informale” da parte dei Paesi consumatori e degli Stati Uniti, in risposta al “cartello” dei Paesi produttori di petrolio. 

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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