Siria: attacco missilistico contro base degli USA a Nord-Est

Pubblicato il 23 novembre 2021 alle 16:17 in Siria USA e Canada

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Cinque missili hanno preso di mira l’aeroporto militare di Kharab al-Jir, situato nella periferia di Hasakah, nel Nord-Est della Siria. Si tratta di una località impiegata dagli Stati Uniti come propria base in Siria.

La notizia è stata riportata oggi, martedì 23 novembre, dall’agenzia di stampa filogovernativa, SANA, la quale si è basata su informazioni fornite da fonti locali, provenienti dalla zona rurale di al-Yaaroubiya. Sino ad ora, è stato specificato, non sono state registrate vittime, ma, a seguito dell’attacco, a detta delle medesime fonti, elicotteri e aerei da guerra statunitensi hanno sorvolato intensamente l’area bersagliata.

Non è la prima volta che una base militare statunitense in Siria viene presa di mira. Uno degli ultimi episodi simili risale alla notte tra il 31 agosto e il primo settembre scorso, quando una base degli Stati Uniti in Siria, situata nei pressi del giacimento di gas di Konico, nel Nord-Est del Paese, è stata l’obiettivo di un attacco missilistico. Si pensa che i missili siano stati lanciati da una postazione delle forze siriane e delle milizie affiliate al presidente Bashar al-Assad presso la città di Khasham. Mesi prima, nella sera del 4 luglio, sono state udite diverse esplosioni dal giacimento petrolifero di al-Omar, a seguito del lancio di due missili presumibilmente lanciati da milizie filoiraniane stanziate nella periferia di Deir Ezzor, nell’Est della Siria, e, nello specifico ad al-Mayadeen. I missili, in particolare, avrebbero colpito le residenze del suddetto giacimento, il quale ospita la maggiore base militare della Coalizione Internazionale anti-ISIS in Siria.

Anche il 28 giugno, una base statunitese a Deir Ezzor è stata oggetto di un attacco missilistico che ha causato perlopiù danni materiali, mentre diversi veicoli sono stati incendiati. In tal caso, la responsabilità dell’attacco è stata attribuita alla milizia “Abu al-Fadl al-Abbas”, affiliata alla coalizione irachena filoiraniana delle Forze di Mobilitazione Popolare (PMF). Stando a quanto riferito da fonti locali, Washington avrebbe risposto lanciando colpi di artiglieria e raid aerei contro le postazioni della suddetta milizia. L’episodio aveva fatto seguito ai raid aerei lanciati dalle forze statunitensi, nella notte tra il 27 e il 28 giugno, contro postazioni di gruppi filoiraniani situate al confine tra Iraq e Siria, che avevano causato la morte di 5 combattenti affiliati a Teheran e di un bambino, mentre altri 3 civili erano rimasti feriti.

Circa la presenza statunitense in Siria, era stato un portavoce del Pentagono, John Kirby, a chiarire, l’8 febbraio, che le truppe statunitensi stanziate nel Paese, le quali includono circa 900 tra soldati e funzionari, hanno il solo obiettivo di proteggere i civili, ed è questo che giustifica la permanenza delle forze USA nelle regioni circostanti ai giacimenti petroliferi siriani. “La nostra missione è sconfiggere l’ISIS”, aveva affermato il portavoce.  ome evidenziato da più parti, una dichiarazione simile ha messo in luce un ulteriore cambiamento nella politica estera del presidente statunitense Joe Biden, rispetto a quella adottata dal suo predecessore, Donald Trump. Proprio durante la precedente amministrazione, il 30 luglio 2020, una compagnia petrolifera statunitense, Delta Crescent Energy LLC, aveva siglato un accordo con le Syrian Democratic Forces (SDF) per operazioni di modernizzazione nei giacimenti petroliferi già esistenti situati nel Nord-Est della Siria.

Il petrolio rappresenta una delle principali fonti di guadagno della regione siriana autonoma controllata dalle Syrian Democratic Forces, un’alleanza multi-etnica e multi-religiosa, composta da curdi, arabi, turkmeni, armeni e ceceni, che, fin dalla sua formazione, il 10 ottobre 2015, ha svolto un ruolo fondamentale nella lotta contro lo Stato Islamico in Siria, contribuendo alla progressiva liberazione delle roccaforti occupate dai jihadisti. Le loro operazioni sono state perlopiù sostenute dagli Stati Uniti, che forniscono armi e copertura aerea. Tuttavia, nell’ottobre 2019, Washington aveva annunciato che avrebbe ritirato gran parte delle proprie truppe dal Nord-Ovest della Siria, pur lasciandone un “piccolo numero” per proteggere proprio i giacimenti petroliferi.

Le SDF controllano tuttora buona parte delle ricchezze petrolifere siriane, concentrate soprattutto nel Nord e nel Nord-Est della Siria. Tra i giacimenti più rilevanti si annoverano il giacimento di Rmelain, situato nei pressi dei confini turco e iracheno, e il giacimento di Al-Omar, posto più a Sud. Il governo legato al presidente siriano, Bashar al-Assad, al contrario, ha un controllo più limitato sulle risorse petrolifere del Paese. Motivo per cui, il petrolio siriano ha spesso rappresentato un “argomento radioattivo”, viste le accuse rivolte da Damasco verso Washington di furto delle risorse petrolifere siriane, soprattutto dopo che Trump aveva annunciato la permanenza di 500 soldati delle Forze speciali nella regione controllata dai gruppi curdi.

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione