Etiopia: i ribelli del Tigray sempre più vicini alla capitale

Pubblicato il 23 novembre 2021 alle 14:28 in Africa Etiopia

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

La sera del 22 novembre, il primo ministro etiope, Abiy Ahmed, ha promesso che lui stesso guiderà l’esercito contro i ribelli del Tigray, che continuano ad avvicinarsi alla capitale, Addis Abeba. 

Una dichiarazione di una pagina e mezza, in lingua amarica, è stata pubblicata sui social media del primo ministro. “Questo è un momento in cui è necessario guidare un Paese con il martirio”, si legge nel documento, secondo la traduzione fornita da Africa News. Il premier, un ex soldato, ha esortato i cittadini ad “incontrarsi al fronte” per difendere l’Etiopia. Abiy Ahmed ha anche criticato “l’Occidente”, accusato di ingerenze nelle questioni interne del Paese finalizzate a “sconfiggerlo”. Poco dopo la pubblicazione della dichiarazione, un alto funzionario del Dipartimento di Stato degli USA ha dichiarato che Washington crede ancora che esista “una piccola finestra di opportunità” per una mediazione pacifica tra le parti.

Intanto, il 22 novembre, il primo ministro etiope ha presieduto una riunione esecutiva del proprio partito. Al termine di questa, il ministro della Difesa, Abraham Belay, ha riferito ai media statali che tutte le forze di sicurezza avrebbero iniziato “ad avviare misure e tattiche speciali”, a partire da martedì 23 novembre. Da quanto si evince dalle recenti mosse, Aby Ahmed, premio Nobel per la pace nel 2019 per aver sottoscritto un accordo con l’Eritrea, sembra ritenere inevitabile il ricorso alla guerra contro i ribelli. Il Fronte di Liberazione del Popolo del Tigray (TPLF) sta marciando verso la capitale perché afferma di volere la revoca di un blocco che continua ad isolare la regione e la destituzione del premier Abiy. 

L’allerta riguardo a tale situazione continua a crescere da quando, ad inizio novembre, le forze armate del Tigray hanno annunciato la conquista della città di Kemise, situata a 325 km da Addis Abeba, e hanno annunciato una marcia verso la capitale. Il governo, da parte sua, ha accusato il TPLF di esagerare i suoi guadagni territoriali. Tuttavia, in un blando ed improduttivo tentativo di mediazione, l’11 novembre, le autorità etiopi avevano comunicato una serie di condizioni per avviare colloqui con il TPLF: la fine dell’offensiva, il ritiro dalle regioni di Amhara e Afar e il riconoscimento dell’esecutivo in carica. Oltre a non accettare il governo di Aby, il TPLF aveva specificato in precedenza che qualsiasi richiesta di ritirarsi da Amhara e da Afar prima dell’inizio dei colloqui era “assolutamente fuori discussione”.

In tale contesto, il 18 novembre, due diplomatici di alto livello degli Stati Uniti e dell’Unione Africana si erano recati in Etiopia, per discutere della perdurante crisi nel Paese e per provare a mediare tra le parti. Olusegun Obasanjo, ex presidente nigeriano e attuale alto rappresentante dell’Unione Africana per il Corno d’Africa, e Jeffrey Feltman, inviato speciale degli Stati Uniti nella regione, erano incaricati della negoziazione di un cessate il fuoco tra il governo etiope e le forze ribelli del Tigray. In questo modo, le organizzazioni umanitarie sarebbero state facilitate nelle loro operazioni di soccorso alla popolazione, gravemente vessata da questo conflitto. 

Inoltre, il 12 novembre, gli USA erano intervenuti nella regione, imponendo sanzioni economiche contro le forze armate dell’Eritrea e il suo governo, accusati di avere un ruolo centrale nella continuazione della guerra in Etiopia. Washington aveva poi minacciato ulteriori misure punitive, se non ci fossero stati “progressi significativi” verso un cessate il fuoco e il dialogo. Il Dipartimento del Tesoro degli USA aveva parlato di un “ruolo continuo” che gli eritrei starebbero svolgendo nella guerra in Etiopia, dove avevano dispiegato le proprie truppe durante l’offensiva lanciata contro la regione settentrionale dal premier dell’Etiopia, Ahmed Abiy, il 4 novembre 2020. 

Nel frattempo, circa 4 milioni di persone nel Tigray, e nelle limitrofe regioni di Amhara e Afar, stanno affrontando livelli di insicurezza alimentare da emergenza o crisi, secondo le Nazioni Unite. “Dovremmo avere 100 camion al giorno verso tale area per soddisfare i bisogni di base”, ha dichiarato il capo umanitario delle Nazioni Unite, Martin Griffiths, davanti ai giornalisti, ad Addis Abeba, aggiungendo che la cifra è stata esattamente calcolata e non “sovrastimata”. Il Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia (UNICEF) ha avvertito, inoltre, che più di 100.000 bambini nel Tigray potrebbero soffrire di malnutrizione grave nei prossimi 12 mesi.

Leggi Sicurezza Internazionale, il quotidiano italiano interamente dedicato alla politica internazionale

Maria Grazia Rutigliano 

 

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.