Iran: nuove proteste contro la mancanza di risorse idriche

Pubblicato il 22 novembre 2021 alle 10:32 in Iran Medio Oriente

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Oltre 1.000 cittadini iraniani sono ritornati ad occupare le strade del Paese per protestare contro la carenza di risorse idriche. Le manifestazioni sono state organizzate dopo che il fiume che bagna la regione di Isfahan, nell’Iran centrale, si è prosciugato.

Le proteste di domenica 21 novembre hanno interessato, in particolare, la regione Sud-occidentale di Chahar-Mahal Bakhtiari. Qui, centinaia di manifestanti sono state viste marciare verso gli uffici del governatore provinciale, situati nel capoluogo di Shahr-e Kord, chiedendo una soluzione del problema e inneggiando slogan quali: “Vietato deviare l’acqua di Chahar-Mahal”, con riferimento ai progetti idrici volti a trasferire l’acqua dei corsi locali verso altre regioni del Paese. Secondo fonti iraniane, la rabbia dei cittadini è stata particolarmente alimentata dal prosciugamento, verificatosi nei giorni scorsi, di sorgenti, canali e fiumi, inclusi affluenti di Zayadneh Rood, uno dei corsi d’acqua principali, che scorre dai monti Zagros, nella provincia di Chahar-Mahal Bakhtiari, e che le autorità iraniane mirano a deviare verso Isfahan.

Anche ad Isfahan, il 19 novembre, sono continuate le proteste, in corso oramai da settimane, che hanno visto protagonisti i contadini locali, dopo che i propri rappresentanti in Parlamento hanno chiesto l’accelerazione dei progetti idrici. Anche in tal caso, l’origine del malcontento è da far risalire a Zayadneh Rood, un fiume definito una “linfa vitale”, il cui prosciugamento non ha consentito di seminare i raccolti autunnali. Sin dal 2000, tale corso d’acqua risente delle conseguenze delle ripetute ondate di siccità che caratterizzano spesso l’Iran, ad eccezione di brevi periodi in cui viene aperta la diga di Nakoabad. Per le autorità di Teheran, la crisi idrica riscontrata in diverse regioni deriva da una grave siccità, a sua volta provocata da un forte calo delle precipitazioni, talvolta inferiori di oltre il 40% rispetto ai livelli del 2020, e dall’aumento delle temperature estive. Gli esperti affermano, poi, che il cambiamento climatico amplifica la siccità e l’intensità e la frequenza del fenomeno, rappresentando altresì una minaccia alla sicurezza alimentare.

Tuttavia, per la popolazione iraniana, il trasferimento “eccessivo” di risorse idriche, oltre alla mancanza di strutture idonee, è alla base della perdurante crisi. Uno dei progetti particolarmente criticato è quello che mira a deviare affluenti del fiume Zayadeneh Rood verso Yazd, capoluogo dell’omonima regione situata a circa 280 chilometri a Sud-Est di Esfahan, e Kerman, a oltre 1.000 a Sud di Teheran. L’obiettivo è sopperire alla mancanza di risorse idriche, a sua volta derivante dalla deviazione dei fiumi Karun e Karkheh. Inoltre, alcuni esperti ritengono che i progetti della compagnia siderurgica a Isfahan abbiano esacerbato il problema, considerato che questa consuma circa 27 milioni di metri cubi all’anno, derivanti proprio da Zayadeneh Rood, il fiume principale di Isfahan, inclusa tra le tre province più aride in Iran.

Da parte sua, il presidente iraniano, Ebrahim Raisi, l’11 novembre scorso, ha affermato che si sarebbe impegnato a risolvere le problematiche connesse alla carenza di risorse idriche e che sarebbe stato formato un comitato volto a ripristinare il corso di Zayadeneh Rood. Anche il leader supremo iraniano, l’Ayatollah Ali Khamenei, il 17 novembre, ha definito la crisi idrica una “questione nazionale”.

La carenza d’acqua e l’interruzione di acqua potabile avevano alimentato movimenti di protesta anche nel mese di luglio scorso, soprattutto nella provincia Sud-occidentale del Khuzestan, una delle principali produttrici di petrolio e abitata da un’ampia minoranza araba sunnita. Qui, la crisi idrica ha colpito le famiglie, devastato l’agricoltura e gli allevamenti, e provocato blackout, il che ha spinto gli iraniani a scendere in piazza dalle prime settimane di luglio, sebbene i primi segnali di mobilitazione fossero emersi già a marzo.

Diversamente dalle proteste di luglio, le manifestazioni dell’ultima settimana sono state definite meno violente, vista la moderazione mostrata dalle forze di sicurezza. Inoltre, per la prima volta, emittenti sia locali sia nazionali hanno mandato in onda alcune immagini in diretta delle manifestazioni. Le autorità iraniane sembrano essere intenzionate a impedire una nuova ondata di proteste, come quella verificatasi dal 15 al 18 novembre 2019, a seguito della decisione governativa, annunciata a sorpresa poco prima dello scoppio delle proteste, di imporre forti rincari sui prezzi del petrolio. Secondo quanto rivelato da Amnesty International, in tale occasione il bilancio delle vittime ammontava ad almeno 304 morti, mentre per il Ministero dell’Interno dell’Iran il numero di morti è stato pari a 225, membri delle forze di sicurezza inclusi.

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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