Gerusalemme Est: che cosa è successo dopo l’attentato

Pubblicato il 22 novembre 2021 alle 11:44 in Israele Palestina

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

A poche ore dalle tensioni che, nella mattina del 21 novembre, hanno interessato Gerusalemme Est, le Forze di difesa israeliane e gruppi palestinesi hanno continuato a scontrarsi. L’ambasciata statunitense, dal canto suo, ha consigliato ai propri dipendenti e familiari di evitare di recarsi nella Città Vecchia di Gerusalemme.

In particolare, nella mattina del 21 novembre, un uomo palestinese, identificato come Abu Shkhaydam, membro di Hamas, è stato ucciso, a colpi da arma da fuoco, dalle forze israeliane, dopo essere stato accusato di aver attaccato un civile israeliano. Le tensioni, verificatesi nei pressi della cosiddetta “Porta delle catene”, davanti al complesso della moschea di Al-Aqsa, nella Gerusalemme Est occupata, hanno provocato altresì il ferimento di tre agenti di polizia. Per Israele, si è trattato di un attentato premeditato e, sin da subito, è stato sollevato uno stato di allerta per prevenire altri episodi simili. Da parte sua, il portavoce di Hamas, Hazim Qasim, ha elogiato l’attacco, definendolo “lotta legittima”. “La città santa continuerà a combattere fino a quando non espellerà l’occupante straniero e non soccomberà all’odiosa realtà dell’occupazione”, ha affermato Qasim.

Subito dopo l’offensiva, decine di membri delle forze di sicurezza israeliane hanno iniziato a fare irruzione nel campo profughi di Shuafat, chiuso su tutti i lati dal muro di separazione israeliano, e hanno preso d’assalto la casa dell’aggressore. Ciò ha alimentato violenti scontri, nei pressi dell’abitazione, tra le forze israeliane e giovani palestinesi locali, i quali sono stati visti lanciare pietre ed esplosivi per far fronte ai gas lacrimogeni, alle granate stordenti e ai proiettili sia veri sia di gomma della controparte israeliana. Diversi membri della famiglia di Shkhaydam sono stati sottoposti a interrogatorio, ma alcuni, tra cui la figlia e due suoi fratelli, sono stati rilasciati dopo poche ore.

In serata, poi, gruppi palestinesi, perlopiù esponenti di Hamas, hanno organizzato una marcia per commemorare la morte di Shkhaydam presso il medesimo campo profughi, mentre, stando a quanto riportato dal quotidiano al-Araby al-Jadeed, sulla base delle testimonianze dei cittadini locali, i “coloni israeliani” hanno fatto irruzione nella sede dell’Alta Commissione Islamica di Gerusalemme Est, issando la bandiera di Israele all’ingresso principale.

In generale, riferisce il medesimo quotidiano, diverse aree in Cisgiordania hanno assistito alla mobilitazione delle forze israeliane, che hanno istituito posti di blocco e ostacolato alcune strade, tra cui quelle in direzione Nablus e Ramallah. Alcuni attivisti hanno fatto circolare registrazioni audio di cittadini palestinesi che mettevano in guardia dal passare attraverso alcuni siti nel Sud della Cisgiordania, in particolare nelle vicinanze del Governatorato di Hebron. In tale quadro, l’ambasciata degli USA in Israele ha esortato i propri connazionali ad essere vigili, considerato che spesso gli incidenti si verificano senza preavviso. Inoltre, è stato sconsigliato di partecipare a manifestazioni e raduni di massa.  

Quanto accaduto il 21 novembre è giunto a mesi di distanza dalla violenta escalation a Gaza, di maggio scorso, tra Israele e Hamas, la cui origine è da far risalire agli scontri tra israeliani e palestinesi nei pressi della Porta di Damasco, una delle entrate principali alla Città Vecchia di Gerusalemme. Da metà aprile, la polizia israeliana aveva eretto barricate sulla scalinata di pietra che conduce all’arco, durante la ricorrenza musulmana del Ramadan. Ciò ha provocato la rabbia dei palestinesi, per i quali sedersi su tale scalinata è una tradizione. Le barricate sono state successivamente rimosse, ma ciò non è bastato a frenare i ripetuti scontri.

Il 10 maggio, Hamas aveva avvertito il governo di Tel Aviv che avrebbe avviato un attacco su larga scala qualora le forze israeliane non si fossero ritirate dalla Spianata delle Moschee e dal monte del Tempio, oltre che dal compound di al-Aqsa, entro le 2:00 del mattino. Alla luce della mancata risposta da parte israeliana, il gruppo ha iniziato a lanciare razzi contro Gerusalemme già dalla sera del 10 maggio e, nel corso dei giorni successivi, le offensive sono proseguite con attacchi da ambo le parti. Dopo 11 giorni di combattimenti, alle 2:00 di mattina del 21 maggio è entrato in vigore a Gaza un cessate il fuoco, mediato dall’Egitto, che sembra essere tuttora rispettato.

Ad oggi, i palestinesi continuano a reclamare la liberazione di Gerusalemme Est, della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, territori occupati da Israele nella guerra del 1967. Il loro desiderio è istituire uno Stato indipendente, con capitale Gerusalemme Est. Israele, da parte sua, riconosce l’intera città come capitale ufficiale del Paese, un riconoscimento confermato dall’appoggio statunitense durante l’amministrazione dell’ex presidente, Donald Trump. Nel 1993, con gli Accordi di Oslo, è stata stabilita una soluzione a due Stati, secondo cui potrebbero essere creati due Paesi in grado di coesistere uno di fianco all’altro, ovvero Israele da una parte e la Palestina dall’altra, con un’unica capitale, Gerusalemme, divisa tra i due. 

 

 

 

Leggi Sicurezza Internazionale, il quotidiano italiano interamente dedicato alla politica internazionale

Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.