USA: bozza sul non riconoscimento di Putin, la Russia muove accuse di ingerenza

Pubblicato il 19 novembre 2021 alle 16:07 in Russia USA e Canada

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Il Cremlino ha denunciato, venerdì 19 novembre, una risoluzione proposta da due membri del Congresso degli Stati Uniti per non riconoscere il presidente russo, Vladimir Putin, come effettivo leader dopo il 7 maggio 2024, data in cui terminerà il suo attuale mandato.

È quanto ha riferito l’agenzia di stampa statale russa TASS, il medesimo venerdì. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha definito “inaccettabile” la proposta degli USA, aggiungendo che si tratta di un chiaro esempio di come Washington tenti costantemente di “interferire negli Affari Interni del Paese”. Le parole di critica con cui si è espresso Peskov sono state piuttosto dure. “Ogni volta ci sembra che dall’altra parte dell’oceano non possano giungere dichiarazioni più ridicole, più aggressive e ostili” delle precedenti, ogni volta, la Russia si sbaglia: le politiche degli Stati Uniti nei confronti della Russia sono sempre meno costruttive e, al contrario, sempre più ostili, ha tuonato Peskov. “Solo i cittadini russi possono determinare chi e quando dovrebbe essere eletto presidente della Federazione Russa”, ha proseguito Peskov, ribadendo che la decisione non ricade su “nessun altro Paese al mondo”. In precedenza, i deputati del Cremlino erano stati informati che la bozza della risoluzione per il non riconoscimento di Putin era stata presentata al Congresso degli USA dai legislatori Stephen Cohen, democratico del Tennessee, e Joe Wilson, repubblicano della Carolina del Sud.

In tale quadro, è importante ricordare che, tra il 2020 e il 2021, la Russia ha avviato una serie di riforme costituzionali di rilievo. L’ultimo emendamento permetterà a Putin di rimanere presidente fino al 2036. Nel dettaglio, il presidente russo ha firmato, il 5 aprile, la legge che potenzialmente gli consentirà di rimanere al potere per altri 15 anni. Prima dell’approvazione dell’emendamento, la Costituzione del Paese prevedeva un massimo di due mandati presidenziali.

Precedentemente, la seconda lettura della suddetta legge era stata approvata, il 24 marzo, dalla Camera Bassa dell’Assemblea Federale russa. Qualche giorno dopo, il 31 marzo, la legge è passata anche alla Camera Alta del Parlamento, in terza lettura. Pertanto, il 5 aprile, attraverso la sottoscrizione del presidente russo, l’emendamento è ufficialmente entrato in vigore. Pertanto, le modifiche proposte nel progetto di legge prevedono di azzerare il conteggio dei mandati precedenti perché “non impediscono alla persona che ha ricoperto o ricopre la carica di presidente della Federazione Russa, al momento dell’entrata in vigore della modifica, di partecipare come candidato alle elezioni presidenziali”.

Vladimir Putin è presidente del Paese dal 9 agosto 1999, quando era stato eletto per la prima volta. Successivamente, è stato riconfermato il 14 marzo del 2004, esaurendo già all’epoca il limite dei due mandati consecutivi. In seguito, Putin ha promosso la candidatura del suo fidato Dmitry Medvedev, ovvero l’attuale vicepresidente russo. Medvedev ha ricoperto la carica di capo di Stato dal 7 maggio 2008 al 7 maggio 2012. Durante il mandato del collega, Putin è stato nominato primo ministro. Tale mossa è stata considerata strategica perché, ricoprendo quella carica, Putin sarebbe stato in grado di mantenere un certo controllo sulla politica russa. Il 5 marzo 2012, dopo aver modificato la Costituzione per aumentare la durata dei mandati presidenziali a sei anni, si è ricandidato e, con il 63,64%, ha vinto le elezioni. Allo scadere del mandato, il 18 marzo 2018, Putin ha trionfato nuovamente, con il 76% dei voti. Nel caso in cui riuscisse a portare a termine gli ultimi due mandati, fino al 2036, Putin avrebbe ricoperto una carica pluridecennale, durata ben 37 anni.

Quest’ultima modifica costituzionale arriva a seguito di una riforma più ampia già avviata durante il 2020. Il 15 gennaio 2020, in occasione del suo discorso annuale davanti ai membri dell’Assemblea federale, Putin ha proposto di indire un referendum per modificare la Costituzione del Paese attraverso 206 emendamenti. Le norme sono state approvate, l’11 marzo 2020, dal Parlamento, la Duma di Stato, e dal Consiglio della Federazione. Pochi giorni dopo, le 85 entità federali che compongono la Russia hanno approvato il documento legislativo e il presidente russo lo ha trasmesso, il 14 marzo 2020, alla Corte costituzionale.

Inizialmente, il referendum era stato fissato per il 22 aprile 2020. Tuttavia, a causa della pandemia, il Cremlino è stato costretto a posticiparlo al primo luglio 2020. Per ridurre al minimo i contatti e garantire il distanziamento sociale nei seggi elettorali, è stato deciso che il voto sarebbe durato sette giorni, dal 25 giugno al primo luglio 2020. Secondo la Commissione Elettorale Centrale (CEC) della Federazione Russa, il 77,92% dei cittadini era favorevole al cambiamento della Costituzione e il 21,27% era contrario. L’affluenza alle urne, secondo i dati ufficiali, è stata del 67,97%, ma su più fronti il voto è stato definito “poco trasparente”. Ad esempio, stando al quotidiano russo RBC, diverse persone avrebbero denunciato di essere riuscite a votare due o persino tre volte. Inoltre, le proteste collegate al referendum sono state represse dalle forze dell’ordine del Paese.

La riforma prevedeva l’accrescimento dei poteri del Parlamento e l’incremento dell’autorità giudiziaria del capo di Stato. Alcuni dei 206 emendamenti prevedevano modifiche su questioni di particolare rilievo per i cittadini russi, quali il salario minimo, e i valori del Paese, come il matrimonio e la religione. Chiave è stato l’emendamento relativo ai confini e all’integrità del Paese. Questo è stato ampliamente approfondito dagli analisti poiché avrebbe reso l’integrità territoriale della Russia non negoziabile dalle autorità esterne alla Federazione, aspetto centrale se si considerano le dispute per la sovranità della Crimea.

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Anna Peverieri, interprete di russo e inglese

di Redazione

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