Siria, Nord-Ovest: uccisi 63 bambini da giugno

Pubblicato il 19 novembre 2021 alle 18:26 in Medio Oriente Siria

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Mentre a Sud, nel governatorato di Daraa, l’accordo mediato da Mosca ha favorito una situazione di relativa tregua, nel Nord-Ovest le forze siriane e i gruppi di opposizione continuano ad attaccarsi a vicenda. A tal proposito, nonostante l’accordo di cessate il fuoco, è stata documentata l’uccisione di 63 minori dal mese di giugno 2021.

A riportare la notizia, oggi, venerdì 19 novembre, è il quotidiano al-Araby al-Jadeed, il quale ha riferito che, nelle ultime ore, l’esercito di Damasco, coadiuvato dagli aerei russi, e le fazioni di opposizione del Nord-Ovest siriano hanno continuato a lanciare bombardamenti reciproci, in concomitanza con gli scontri via terra, provocando perdite per entrambe le parti. Un attivista locale ha affermato che le fazioni dell’opposizione siriana hanno bombardato, nella mattina del 19 novembre, le postazioni delle forze filogovernative nella città di Gorin, nella periferia Ovest di Hama, in risposta ai raid perpetrati dagli aerei damasceni contro villaggi e cittadine del Sud di Idlib, tra cui al-Bara, Sufuhun, al-Fatirah e Jabal al-Zawiya. Ciò ha avuto luogo dopo che due membri dell’esercito siriano sono stati uccisi e altri sono rimasti feriti dal fuoco di un gruppo di opposizione, il quale ha colpito l’asse del 46esimo reggimento e distrutto un centro di monitoraggio in un villaggio nell’Ovest di Aleppo. Ieri, invece, 18 novembre, 4 membri della milizia “Esercito della vittoria”, hanno perso la vita a seguito dei colpi di artiglieria lanciati dalle forze damascene contro il villaggio di al-Kahira, nell’Ovest di Hama.

Idlib rappresenta tuttora l’ultima roccaforte controllata, in buona parte, dai gruppi di opposizione, e ospita circa 4 milioni di abitanti, di cui un milione di sfollati rifugiatisi nella regione con lo scoppio della guerra civile. I presidenti di Turchia e Russia, Recep Tayyip Erdogan e Vladimir Putin, hanno raggiunto un accordo di cessate il fuoco nel governatorato, siglato il 5 marzo 2020 ed esteso al termine dei colloqui svoltisi a Sochi il 16 e 17 febbraio scorso. Sebbene la tregua sia stata più volte violata, l’intesa di Mosca e Ankara ha fatto sì che nessuna delle parti belligeranti lanciasse una più ampia offensiva.

Tuttavia, nell’ultimo anno non sono mancate vittime civili. A tal proposito, il 18 novembre, la Difesa civile siriana, un’organizzazione umanitaria altresì nota con il nome di “Caschi bianchi” ha riferito che, dagli inizi di giugno 2021 al 17 novembre dello stesso anno, è stata documentata l’uccisione di 130 civili, tra cui 63 bambini, a causa dei colpi di artiglieria e raid aerei condotti contro il Nord della Siria, nelle aree poste sotto il controllo dei gruppi ribelli. Dal 2019, invece, le forze siriane affiliate al presidente Bashar al-Assad e del suo alleato russo sono state accusate di aver provocato la morte di oltre 2.600 persone, tra cui più di 640 bambini, nella medesima regione siriana. L’organizzazione ha parlato di “attacchi sistematici” mai del tutto cessati. Di questi, 135 hanno colpito scuole e strutture educative della Siria nordoccidentale. Nello specifico, 89 attacchi contro tale tipo di obiettivi sono stati perpetrati nel 2019, 40 nel 2020 e più di 5 attacchi dall’inizio di quest’anno.

Per la Difesa civile, sono i bambini a rappresentare le vittime principali di un perdurante conflitto, in corso da circa dieci anni. Coloro che riescono a sopravvivere agli attacchi hanno mostrato segnali di disagio psicologico e sociale, il che lascia presagire una “catastrofe psicologica” per l’attuale generazione di bambini. Nel frattempo, hanno sottolineato i Caschi bianchi, l’avvicinarsi della stagione invernale solleva nuove preoccupazioni per gli oltre 500.000 bambini che vivono nei campi profughi del Nord-Ovest della Siria, a loro volta sede di oltre 1,5 milioni di civili sfollati, in cui mancano le infrastrutture e le risorse di base necessarie.

Nel frattempo, secondo quanto riporta al-Araby al-Jadeed, nella giornata del 18 novembre, le forze della Quarta divisione, l’ala iraniana all’interno dell’esercito siriano, si sono quasi del tutto ritirate dalle zone occupate nella regione meridionale di Daraa, dove si erano insediate nel mese di febbraio scorso. Attivisti locali ritengono che ciò sia conseguenza di “intese esterne”, volte ad allontanare i gruppi armati legati a Teheran dalle zone al confine tra Siria, Giordania e i territori palestinesi.

Tali sviluppi si collocano nel quadro di un’intesa maggiore, raggiunta, il primo settembre, dalle forze alleate al presidente siriano, Bashar al-Assad, e dai notabili di Daraa, al fine di disinnescare le tensioni che hanno interessato soprattutto Daraa al- Balad, un distretto meridionale dell’omonimo governatorato, precedentemente controllato da ex gruppi dell’opposizione. Questo, a partire da giugno 2021, è stato posto sotto assedio, per oltre 65 giorni, dalle forze di Damasco, le quali hanno altresì impedito l’ingresso di soccorsi e aiuti umanitari, destinati a circa 11.000 famiglie, per un totale di oltre 40.000 abitanti. La situazione ha alimentato crescenti scontri, definiti i peggiori degli ultimi tre anni, mentre la Russia si è impegnata a mediare tra le parti belligeranti per disinnescare le tensioni.

La Siria è teatro di un conflitto civile dal 15 marzo 2011, data in cui parte della popolazione siriana ha iniziato a manifestare e a chiedere le dimissioni del presidente siriano, Assad. L’esercito del governo siriano è coadiuvato da Mosca, oltre ad essere appoggiato dall’Iran e dalle milizie libanesi filoiraniane di Hezbollah. Sul fronte opposto vi sono i ribelli, i quali ricevono il sostegno della Turchia. 

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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