Le azioni degli USA in Yemen: tra dialogo e sanzioni

Pubblicato il 19 novembre 2021 alle 8:16 in USA e Canada Yemen

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L’inviato speciale degli Stati Uniti in Yemen, Timothy Lenderking, ha esortato le parti coinvolte nel conflitto civile a unire gli sforzi per far fronte alle minacce comuni poste dalle milizie sciite Houthi. Nel frattempo, le tensioni continuano dentro e fuori i territori yemeniti.

Le dichiarazioni di Lenderking sono giunte nel corso della sua visita in Bahrein e Arabia Saudita, intrapresa il 16 novembre, e, nello specifico, a margine del suo meeting a Riad con l’incaricato d’affari dell’ambasciata degli Stati Uniti in Yemen, Cathy Westley, e con alcuni leader del Consiglio di transizione meridionale (STC). In particolare, l’inviato ha evidenziato la necessità di portare a compimento l’applicazione dell’accordo di Riad, l’intesa firmata il 5 novembre 2019 dal governo yemenita e dai gruppi separatisti meridionali, e di far fronte alla crescente crisi economica. Scopo della visita è coordinare gli sforzi regionali e internazionali volti a portare pace in Yemen e garantire assistenza umanitaria immediata alla popolazione.

Il nuovo tour mediorientale è giunto, poi, a seguito della detenzione, da parte degli Houthi, di alcuni membri del personale yemenita dell’ambasciata degli Stati Uniti a Sana’a e dell’assalto del 10 novembre. In tale data, fonti locali hanno riferito che i combattenti Houthi hanno fatto irruzione nell’ex sede diplomatica statunitense nella capitale yemenita, saccheggiando attrezzature e rifornimenti.  Ciò è avvenuto giorni dopo il sequestro di 3 dipendenti dell’ambasciata, a sua volta seguito al rapimento di altri 22 individui, perlopiù membri del personale di sicurezza posto a guardia dell’edificio. Ad oggi, il compound statunitense continua a essere sotto sequestro. Motivo per cui, nella sera del 18 novembre, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ha condannato quanto sta accadendo e ha esortato le milizie Houthi ad abbandonare l’ex sede diplomatica e a rilasciare gli individui tuttora detenuti, facendo appello ai principi sanciti con le Convenzioni di Vienna del 1961 e 1963.

In tale quadro, sempre il 18 novembre, il Dipartimento del Tesoro statunitense e, nello specifico, l’Ufficio per il controllo dei beni esteri (OFAC), ha riferito di aver imposto sanzioni contro l’alto ufficiale militare degli Houthi Saleh Mesfer Alshaer, responsabile soprattutto del supporto logistico militare del gruppo sciita, e definito dal gruppo stesso il “custode giudiziario” di beni confiscati agli oppositori degli Houthi. In particolare, Alshaer ha supervisionato il sequestro di proprietà, da parte dei militanti ribelli, per un valore superiore a 100 milioni di dollari, utilizzando una serie di tattiche illegali, inclusa l’estorsione. Per Washington, tali pratiche rappresentano un ulteriore esempio delle azioni condotte dagli Houthi che sono fonte di instabilità e sofferenza per la popolazione yemenita. “Gli Stati Uniti rimangono impegnati a denunciare coloro che cercano di esacerbare la crisi in Yemen negando loro l’accesso al sistema finanziario globale”, ha specificato l’ufficio del Dipartimento del Tesoro.

La guerra civile yemenita ha avuto inizio a seguito del colpo di Stato del 21 settembre 2014. Ad affrontarsi sui fronti di combattimento vi sono i ribelli sciiti, sostenuti da Teheran, e le forze legate al governo yemenita, riconosciuto a livello internazionale, coadiuvate da una coalizione internazionale guidata dall’Arabia Saudita, intervenuta il 26 marzo 2015. Gli USA, attraverso il proprio inviato, avevano inizialmente proposto un piano di pace sulla base dei principi della “dichiarazione congiunta” elaborata dall’ex inviato dell’Onu, Martin Griffiths. Tra i punti stabiliti vi erano un cessate il fuoco in tutto il Paese, inclusa la fine dei raid sauditi contro i territori yemeniti e degli attacchi dei ribelli contro il Regno, l’apertura dell’aeroporto di Sanaa, l’ingresso di rifornimenti di carburante presso il porto di Hodeidah e la ripresa di negoziati e consultazioni. Tuttavia, i ribelli Houthi e l’inviato statunitense non hanno trovato un accordo sui meccanismi, i dettagli e le condizioni per il cessate il fuoco e, ad oggi, le tensioni continuano.

Tra gli episodi delle ultime ore, la coalizione guidata da Riad ha riferito, nella notte tra il 18 e il 19 novembre, di aver intercettato e distrutto un missile balistico lanciato, presumibilmente dai ribelli Houthi, contro oggetti e soggetti civili a Jizan, nel Sud del Regno saudita. Al contempo, sono state monitorate attività “ostili” presso l’aeroporto internazionale di Sanaa, che, a detta dell’alleanza, è stato trasformato in una base militare da cui condurre attacchi transfrontalieri. Nel frattempo, le forze della medesima coalizione continuano a colpire le postazioni dei ribelli Houthi nella regione di Ma’rib e in altre località yemenite. A tal proposito, le forze guidate da Riad hanno riferito di aver provocato la morte di circa 27.000 combattenti Houthi nel corso della recente escalation a Ma’rib, gli ultimi 200 caduti tra il 17 e il 18 novembre, nel corso delle circa 35 operazioni effettuate dalla coalizione in 24 ore. Il gruppo sciita, dal canto suo, ha dichiarato che, dal mese di giugno scorso, 14.700 propri uomini sono stati uccisi nelle battaglie di Ma’rib.

L’offensiva contro il governatorato di Ma’rib è stata lanciata dai ribelli nel mese di febbraio scorso e alcuni credono che proprio tale regione possa costituire la chiave per risolvere il più ampio conflitto civile in Yemen. Oltre ad essere l’ultima roccaforte delle forze filogovernative nel Nord dello Yemen, Ma’rib rappresenta una regione strategica, ricca di risorse petrolifere, la quale rappresenta una porta d’accesso verso Sana’a, che consentirebbe ai ribelli di consolidare in parte i progetti auspicati nello Yemen settentrionale.

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione