India: Modi ritira le leggi sull’agricoltura, vincono le proteste

Pubblicato il 19 novembre 2021 alle 11:17 in Asia India

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Il 19 novembre, il primo ministro indiano, Narendra Modi, ha annunciato che l’India revocherà tre nuove leggi sull’agricoltura adottate il 27 settembre 2020, dopo oltre un anno di proteste degli agricoltori indiani.

Modi ha dichiarato che il governo di Nuova Delhi ha cercato di convincere gli agricoltori che le leggi fossero nel loro interesse senza però riuscirci e, per questo, ha deciso di revocarle. Durante un annuncio televisivo, Modi ha dichiarato: “Abbiamo deciso di ritirare tutte e tre le leggi agricole. Completeremo il processo costituzionale per abrogarle nella sessione del Parlamento che inizierà alla fine di questo mese”. Modi ha poi aggiunto: “Qualunque cosa io abbia fatto, l’ho fatta per gli agricoltori. Ciò che sto facendo è per il Paese”. Il premier ha comunque specificato che “solamente un esiguo numero di agricoltori” si è opposto alle riforme agricole. La mossa ha stupito più osservatori che hanno giudicato “insolito” per Modi rivedere una sua decisione.

Gli agricoltori hanno celebrato l’annuncio del leader indiano del 19 novembre. “Nonostante molte difficoltà, siamo qui da quasi un anno e oggi il nostro sacrificio ha finalmente dato i suoi frutti”, ha detto Ranjit Kumar, un agricoltore di 36 anni a Ghazipur, che è un importante luogo di protesta nell’Uttar Pradesh. Un leader delle proteste, Rakesh Tikait, ha però affermato che il movimento non sarà interrotto e che non vi sarà alcuna smobilitazione in quanto gli agricoltori aspetteranno che il Parlamento revochi formalmente le leggi.

Varie zone dell’India, come Punjab, Haryana, Uttar Pradesh e la capitale Nuova Delhi, sono state teatro di proteste degli agricoltori contro le tre leggi sull’agricoltura a partire dal 27 novembre 2020. I numerosi round di negoziati tra governo e rappresentanti degli agricoltori organizzati da allora non sono mai riusciti a risolvere lo stallo tra le parti, in quanto entrambe sono sempre rimaste ferme ognuna sulle proprie posizioni. Gli agricoltori chiedevano la revoca totale delle tre leggi, mentre il governo voleva proseguire con la loro attuazione senza voler cedere e con l’intento di aspettare che il movimento di protesta si indebolisse per poi esaurirsi. L’esecutivo aveva proposto uno stallo di diciotto mesi alla loro implementazione per ascoltare le obiezioni degli agricoltori che avevano, però, respinto tale proposta, insieme alla mediazione da parte della Corte suprema.

Più analisti hanno interpretato la decisione di Modi del 19 novembre come “un’inversione di marcia” atipica per il premier e che potrebbe essere giustificata dall’imminenza delle elezioni legislative per le assemblee in Punjab e nello Uttar Pradesh, previste per il 2022. Gli agricoltori di entrambi gli Stati avevano protestato contro le leggi e nell’Uttar Pradesh occidentale avevano promesso che il partito del premier, il Bharatiya Janata Party (BJP), sarebbe stato sconfitto alle elezioni di febbraio 2022. Rahul Gandhi del Partito del Congresso ha affermato che il governo “arrogante” è stato costretto a cedere. Un legislatore del partito del Congresso Trinamool, Mahua Moitra, ha detto su Twitter: “Che si tratti di paura di perdere l’Uttar Pradesh o di fare i conti con la coscienza, il governo del BJP annulla le leggi agricole. È solo l’inizio di molte altre vittorie per la voce del popolo”.

In base alle tre nuove leggi del 27 settembre 2020, gli agricoltori avrebbero potuto vendere i propri prodotti direttamente ovunque e a chiunque, non limitando i propri affari ai soli ingrossi regolati dal governo. Secondo l’opinione degli agricoltori, dell’opposizione e anche di alcuni tra le fila del governo di Modi, le tre nuove leggi sull’agricoltura avrebbero consentito alle grandi aziende private di avere il controllo sulla produzione, la lavorazione e il mercato agricoli. Oltre a questo, tali misure avrebbero potuto provocare un calo nel prezzo dei raccolti, rimuovendo gli acquisti da parte del governo e causando, così, perdite ai coltivatori.

L’esecutivo di Modi ritiene, invece, che gli agricoltori siano stati fuorviati nel raggiungere tali conclusioni e che le nuove leggi avrebbero potuto rimuovere tutti gli impedimenti esistenti alle vendite dei loro prodotti, così come la necessità di intermediari, aumentando il loro guadagno.  Per l’esecutivo, le nuove leggi sarebbero state necessarie per riformare il settore agricolo indiano, ormai antiquato, e avrebbero potuto consentire agli agricoltori la libertà di commerciare i propri prodotti liberamente, potenziando la produzione agricola in generale, grazie ad investimenti privati.

 In India, l’agricoltura è un settore centrale del quale vive oltre la metà della popolazione, che conta oltre 1,3 miliardi di persone, e genera 1/3 del PIL nazionale, ovvero il 15% dei circa 2,9 trilioni di dollari totali. Oltre l’85% degli agricoltori indiani avrebbero meno di due ettari di terreno a testa e meno di uno ogni cento avrebbe invece oltre 10 ettari. 

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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