Mar Cinese Meridionale: Pechino usa cannoni ad acqua contro navi filippine

Pubblicato il 18 novembre 2021 alle 15:59 in Cina Filippine

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Il ministro degli Esteri delle Filippine, Teodoro Locsin, ha affermato, il 18 novembre, che tre imbarcazioni della Guardia costiera cinese hanno intercettato due navi da rifornimento filippine che trasportavano cibo a basi militari nel Mar Cinese Meridionale e hanno sparato con cannoni ad acqua contro di esse il 16 novembre. Le Filippine hanno condannato tale azione ma la Cina ha affermato che le azioni della Guardia costiera sono state conformi alla legge.

Locsin ha specificato che l’episodio non ha provocato feriti ma le navi filippine hanno dovuto interrompere la loro missione, aggiungendo che le azioni della Guardia costiera cinese sono state illegali. L’episodio si è verificato nel banco di sabbia noto come Second Thomas delle isole Spratly, un arcipelago rivendicato in toto dalla Cina e in parti diverse dal Vietnam, dalla Malesia, dalle Filippine, da Taiwan e dal Brunei. Al momento, tali isole sono parzialmente occupate da Vietnam, Cina, Malesia, Filippine e Taiwan e Pechino vi occupa militarmente 9 scogliere.

Locsin ha ricordato a Pechino che le imbarcazioni pubbliche filippine rientrano nel Trattato di mutua difesa del 30 agosto 1951. In base a quest’ultimo, Manila e Washington si sono impegnate a difendersi reciprocamente nel caso in cui una tra le due venga attaccata da una forza esterna. Il ministro degli Esteri di Manila ha affermato di aver trasmesso ” indignazione, condanna e protesta per l’incidente” all’ambasciatore cinese a Manila e al ministro degli Esteri cinese, Wang Yi. Locsin ha avvertito che “il mancato esercizio di autocontrollo da parte di Pechino” potrebbe minacciare la “relazione speciale” tra i due Paesi.

Il 18 novembre, il portavoce del Ministero degli Esteri della Cina, Zhao Lijian, ha affermato che le due navi filippine sono entrate in acque cinesi senza permesso e che la Guardia costiera ha tutelato la sovranità della Cina in conformità con la legge. Zhao ha poi aggiunto che Cina e Filippine hanno mantenuto comunicazioni sulla questione.

Le tensioni tra Pechino e Manila sono aumentate quest’anno dopo che, il 21 marzo scorso,  Manila aveva inoltrato a Pechino una prima protesta diplomatica per la presenza, a partire dal precedente 7 marzo, di circa 220 imbarcazioni cinesi nei pressi delle scogliere Whitsun Reef, contese tra le parti, definendo le navi in questione “milizie”. La Cina aveva affermato che queste stessero cercando riparo nell’area, dove avrebbero avuto diritto di trovarsi visto che tale zona rientrerebbe in acque rivendicate da Pechino e, in particolare, nell’arcipelago delle Spratly o Nansha, considerate cinesi. Il loro numero era progressivamente diminuito, ma le imbarcazioni cinesi sarebbero restate in loco per giorni, spingendo le Filippine ad inviare aerei da guerra per monitorare le loro operazioni e ad intensificare le pattuglie di navi da guerra dell’Esercito a sostegno della Guardia costiera, già presente in loco.  Anche gli USA erano intervenuti sulla vicenda dichiarando il proprio appoggio a Manila e accusando Pechino di utilizzare “milizie militari” per “intimidire, provocare e minacciare altre Nazioni”. 

L’episodio del 16 novembre è poi arrivato mentre Pechino sta chiedendo progressi all’Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico (ASEAN) sui colloqui per stabilire un codice di condotta non vincolante nel Mar Cinese Meridionale in vista di un vertice tra il blocco e il presidente cinese, Xi Jinping, previsto per novembre 2021. Nel 2022 i negoziati sul codice entreranno nel loro ventesimo anno.

Manila considera il banco Second Thomas, che si trova a 105 miglia nautiche a Sud-Ovest della regione filippina di Palawan, all’interno della sua zona economica esclusiva. Pechino, però, afferma che l’area faccia parte del proprio territorio anche se una sentenza del 2016 della Corte permanente di arbitrato dell’Aia si era espressa in favore delle Filippine. Prima dell’episodio, le autorità filippine avevano notato un’insolita presenza di milizie marittime cinesi vicino all’atollo e all’isola di Thitu occupata dalle Filippine. La Cina ha però negato di operare una milizia.

A livello internazionale, le tensioni tra Manila e Pechino nel Mar Cinese Meridionale erano state oggetto di una sentenza della Corte di giustizia internazionale, il 12 luglio 2016, emessa a conclusione di un processo iniziato nel 2013. In quell’anno, Manila aveva denunciato Pechino per aver costruito isole artificiali nelle acque contese tra i due Paesi. In particolare, nel 2012, la Cina aveva sottratto il controllo sulle scogliere Scarborough alle Filippine dopo un periodo di stallo tra le parti, militarizzandole e depositandovi anche alcuni missili. Sulla base della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS), la Corte Internazionale di Giustizia aveva invalidato le rivendicazioni cinesi, basate sulla cosiddetta Linea dei nove tratti, e si era espressa in favore delle Filippine, sostenendo che Pechino avesse violato la loro sovranità. La Cina si era rifiutata di partecipare al processo e non ha mai preso in considerazione e rispettato il suo esito.

Per Pechino, la propria sovranità sul Mar Cinese Meridionale deriva da presupposti storici, nello specifico da una mappa pubblicata il primo dicembre 1947 dall’allora Repubblica di Cina e rivista nel 1953, in cui con nove tratti si delimitava la sovranità cinese sulle acque in questione, includendole pressoché per intero. Alla luce di tali rivendicazioni, Pechino ha, ad esempio, costruito isole artificiali e postazioni militari in più punti, provocando proteste da parte degli altri Paesi coinvolti nelle dispute. Anche Taiwan rivendica pressoché in toto la sovranità sul Mar Cinese Meridionale mentre Vietnam, Filippine, Malesia e Brunei, ne reclamano solamente alcune parti.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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