USA- Golfo: l’Iran, una minaccia alla sicurezza del Medio Oriente

Pubblicato il 18 novembre 2021 alle 12:02 in Iran USA e Canada

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Un gruppo di alti funzionari degli Stati Uniti e di membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC) si è riunito, il 17 novembre, a Riad, nel quadro di un gruppo di lavoro. Al centro delle discussioni vi è stato l’Iran, accusato di quella che è stata definita una “crisi nucleare”.

Come riportato in una dichiarazione rilasciata dal Dipartimento di Stato degli USA, Washington e i Paesi del GCC, un’organizzazione internazionale regionale che unisce Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti (UAE), Qatar, Bahrein, Kuwait e Oman, hanno messo in luce il loro partenariato strategico di lunga data e la “comune determinazione” a contribuire alla sicurezza e alla stabilità a livello regionale. Nel corso del meeting, sono state condannate le politiche iraniane definite “aggressive e pericolose”, tra cui la proliferazione e l’uso diretto di missili balistici avanzati e di sistemi di droni. Tali armi, a detta degli USA e dei partner del Golfo, sarebbero state impiegate da Teheran e dai suoi delegati per perpetrare attacchi contro civili e infrastrutture vitali in Arabia Saudita, oltre che nelle acque internazionali del Mare di Oman e contro le truppe statunitensi impegnate nella lotta contro lo Stato Islamico.

Parallelamente, gli USA e i membri del GCC hanno convenuto che il programma nucleare iraniano è fonte di “grave preoccupazione”. Questo perché le misure adottate da Teheran lasciano presagire uno sviluppo di armi nucleari e non un uso civile del programma. Al contempo, l’Iran continua a sostenere gruppi affiliati in situazioni di conflitto, come in Yemen, e in Iraq. Alla luce di ciò, il sostegno iraniano alle milizie armate in tutta la regione mediorientale e il suo programma di missili balistici rappresentano una “chiara minaccia alla sicurezza e alla stabilità regionali”. Ad ogni modo, secondo Washington e gli Stati del Golfo, l’Iran avrebbe la possibilità di contribuire a “una regione più sicura e stabile” e di favorire una de-escalation.

Dal canto suo, il Consiglio di Cooperazione del Golfo ha riferito di star profondendo sforzi per aprire “canali diplomatici efficaci” con l’Iran, al fine di “prevenire, risolvere o attenuare” situazioni di conflitto. L’obiettivo è promuovere la creazione di legami pacifici nella regione mediorientale, a loro volta basati “su una lunga storia di scambi economici e culturali”. Gli Stati Uniti e i membri del GCC hanno poi riferito che, laddove Washington decida di revocare le sanzioni imposte dopo il suo ritiro dall’accordo sul nucleare iraniano, potranno essere stabiliti rapporti economici ancora più profondi, nell’interesse dell’intera regione. Tuttavia, gli sforzi di de-escalation, hanno dichiarato i partecipanti al meeting, non avranno successo se l’Iran continuerà ad alimentare una “crisi nucleare”. Motivo per cui, in vista del prossimo round dei negoziati sul nucleare iraniano, è stato chiesto a tutte le parti coinvolte di rispettare l’accordo, così da favorire sforzi diplomatici inclusivi e garantire sicurezza e prosperità nella regione mediorientale.

Il meeting del 17 novembre è giunto a poche settimane dalla ripresa dei negoziati volti a ripristinare l’accordo sul nucleare iraniano, altresì noto come Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA). Questi dovrebbero iniziare il 29 novembre prossimo a Vienna, dopo un’interruzione durata mesi. I colloqui avevano avuto inizio il 6 aprile e, nonostante l’ottimismo espresso da più parti nel corso dei sei round, non hanno portato ad alcun risvolto significativo. Poi, il 17 luglio, questi sono stati sospesi, alla luce del “periodo di transizione” vissuto da Teheran con l’elezione di un nuovo presidente, Ebrahim Raisi. Ai meeting hanno partecipato, all’interno di una “Commissione mista”, delegati di Iran, Cina, Russia, Germania, Francia e Regno Unito. Anche una delegazione degli USA si è recata a Vienna, ma non ha preso parte all’incontro con gli altri Paesi, in quanto Teheran si è rifiutata di negoziare in modo diretto con Washington fino a una completa rimozione delle sanzioni. Pertanto, sono stati gli altri Paesi a fare da spola tra le delegazioni iraniana e statunitense, nel quadro di colloqui indiretti. 

In base all’accordo del 2015, l’Iran aveva accettato di frenare le proprie attività nucleari in cambio della revoca delle sanzioni internazionali. Tuttavia, la precedente amministrazione statunitense, guidata da Donald Trump, ha accusato l’Iran di violare lo spirito dell’accordo, ritenendo Teheran “il principale sponsor statale del terrore” e accusandola di aver perseguito un ambizioso programma di missili balistici. Motivo per cui, a seguito del ritiro dall’intesa, Washington ha imposto sanzioni contro l’Iran, che hanno provocato problemi alla sua economia. Ad ogni modo, il nuovo presidente iraniano ritiene che l’economia dell’Iran possa prosperare, nonostante le sanzioni, rilanciando la produzione interna e potenziando i rapporti commerciali con i Paesi vicini. Nel frattempo, Teheran non è convinta delle promesse del presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, il quale ha riferito che Washington tornerà all’accordo a condizione che anche l’Iran rispetti pienamente i propri impegni. Non da ultimo, come riferito dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica il 17 novembre, Teheran ha continuato a incrementare le scorte di uranio arricchito oltre la soglia stabilita dal JCPOA. Secondo le ultime stime di novembre, le scorte iraniane di uranio arricchito al 20% ammontano a 113,8 chilogrammi, mentre quelle di uranio arricchito al 60% sono pari a 17,7 kg, in aumento rispetto ai precedenti 10 kg di fine agosto. Il JCPOA prevede che l’Iran limiti l’arricchimento dell’uranio al 3,67%, ad eccezione delle attività per i reattori di ricerca.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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