Iraq: proposta un’iniziativa per affrontare la crisi post-elezioni

Pubblicato il 17 novembre 2021 alle 16:22 in Iraq Medio Oriente

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Il clerico sciita Ammar al-Hakim, a capo del National Wisdom Movement, ha proposto un’iniziativa volta a porre fine alla crisi sorta in Iraq a seguito delle elezioni legislative del 10 ottobre scorso.

In particolare, il 16 novembre, in occasione del Forum per la pace e la sicurezza in Medio Oriente, svoltosi a Dohuk, nel Kurdistan iracheno, il leader sciita ha proposto una “iniziativa politica” che vede riuniti vincitori e vinti, ovvero sia i partiti che accettano i risultati delle elezioni del mese scorso sia coloro che vi si oppongono. Tali parti, secondo la visione di Hakim, dovrebbero impegnarsi in un dialogo nazionale indipendente, volto altresì a scegliere i futuri premier e ministri, lontano da qualsiasi forma di ingerenza straniera, così da ristabilire equilibrio politico e raggiungere un accordo nazionale globale che rispetti le premesse e i risultati del processo elettorale, basato su punti e tempi chiari. Nel fare ciò, le parti coinvolte nei negoziati dovrebbero mostrare “flessibilità” e rispettare le opzioni proposte da chi desidera partecipare o opporsi ai futuri organismi legislativo ed esecutivo oltre a “impegnarsi in meccanismi legali e pacifici di obiezione e negoziazione”. “Questo accordo necessita sacrifici da tutte le parti, senza ledere i diritti dei vincitori e scavalcare le richieste degli avversari”, ha poi aggiunto Hakim.

Il discorso del clerico sciita è giunto in un momento in cui esponenti filoiraniani continuano a contestare a gran voce i risultati delle elezioni del 10 ottobre, che hanno rappresentato un duro colpo per alcuni partiti appoggiati da Teheran. Ad essere contestata è soprattutto la vittoria del clerico sciita Muqtada al-Sadr, a capo della coalizione Sairoon. Questo ha ottenuto, nello specifico, 72 seggi, su un totale di 329, seguito dalla coalizione sunnita “Taqaddum”, guidata dal presidente del Parlamento iracheno uscente, Mohamed al-Halbousi, la quale ha ottenuto 37 seggi. Per quanto riguarda Fatah, coalizione guidata da Hadi al-Amiri, capo dell’organizzazione Badr, affiliata alle Forze di Mobilitazione Popolare, questa ha ottenuto 17 seggi, il che rappresenta un forte calo rispetto alle elezioni del 12 maggio 2018, quando Fatah ottenne 48 seggi, costituendo il secondo maggiore blocco in Parlamento.

Di fronte a tali risultati, tuttora non confermati, i gruppi filoiraniani attivi in Iraq, tra cui le Forze di Mobilitazione Popolare, hanno organizzato proteste e sit-in sin dal 16 ottobre, riunendosi nel “Quadro di coordinamento delle forze sciite”, formato da coloro che denunciano quella che è stata definita una “manomissione (dei voti) da parte di mani straniere”. Il suddetto “Quadro” comprende anche la coalizione Al-Fatah, la coalizione dello Stato di diritto, guidata da Nuri al-Maliki, la coalizione Nasr di Haider al-Abadi e il National Wisdom Movement, con a capo Ammar al-Hakim.

Ad ogni modo, è stato proprio al-Hakim il primo ad avanzare una proposta per superare l’impasse, consapevole delle sofferenze vissute dalla popolazione a causa di “tensione, instabilità interna, paura del futuro e insoddisfazione per le soluzioni alle crisi”. “Bassa partecipazione elettorale, dubbi sulle istituzioni statali e sulla loro credibilità, frustrazione e ansia costanti sono tutte questioni preoccupanti che necessitano di cure radicali”, ha dichiarato il leader. 

Alcuni osservatori ritengono che Hakim stia cercando di rimediare alla sconfitta subita alle urne proponendosi come mediatore. La sua proposta, di un governo di consenso, rischia, però, di riproporre quel sistema di quote a cui la popolazione irachena si è opposta da ottobre 2019. Ad ogni modo, si tratterebbe esattamente di ciò che i gruppi filoiraniani desiderano, in quanto consentirebbe loro di rimanere all’interno del panorama politico iracheno ed, eventualmente di assediarlo dall’interno.

La proposta di dialogo tra vincitori e vinti ha incontrato reazioni diverse. Alcuni esponenti politici iracheni, tra cui un candidato indipendente, Basem Khashan, credono che l’iniziativa, sebbene possa favorire una soluzione, rischia di compromettere la Costituzione e le leggi irachene. Per un membro della coalizione Stato di diritto, invece, si tratta semplicemente di una delle proposte da presentare al tavolo delle discussioni. Altri, la cui opinione è stata riportata da al-Araby al-Jadeed, credono che Hakim stia provando a non far annullare i risultati delle elezioni e, al contempo, a respingere un possibile governo di maggioranza. Ad ogni modo, l’ostacolo maggiore sembra essere Muqtada al-Sadr, il quale, in base all’iniziativa di Hakim, dovrebbe accettare un dialogo con forze avversarie ed eventualmente accettare un governo che non lo veda più come forza preponderante.

Indire elezioni anticipate è stata una delle prime promesse del primo ministro, Mustafa al-Kadhimi. Il suo mandato ha avuto inizio il 7 maggio 2020, dopo mesi caratterizzati da una forte mobilitazione, alla base della caduta dell’esecutivo precedente, guidato da Adil Abd al-Mahdi. In realtà, anche la squadra di al-Kadhimi è stata accusata di non essere stata in grado di mantenere le promesse di riforma, né tantomeno di garantire la sicurezza dei manifestanti e degli attivisti che hanno continuato a mostrare il proprio malcontento in modo pacifico, ma che, invece, sono stati vittima di minacce, rapimenti, torture e omicidi da parte di gruppi non ancora identificati. Dal primo ottobre 2019, la popolazione irachena era scesa in piazza per chiedere le dimissioni di una classe politica accusata di corruzione e dipendenza da attori esterni, oltre che riforme politiche, tra cui l’abolizione del sistema settario, che prevede una suddivisione delle cariche di premier, capo di Stato e presidente parlamentare tra sciiti, curdi e sunniti.

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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