India: militanti induisti attaccano un ex politico musulmano

Pubblicato il 17 novembre 2021 alle 7:36 in Asia India

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La polizia indiana ha reso noto che, il 15 novembre, un gruppo di almeno 20 militanti indù ha attaccato e dato fuoco alla casa di un ex ministro degli Esteri indiano,Salman Khurshid, di fede musulmana,vicino alla città settentrionale di Nainital, nello Stato dell’Uttarakhand. The Straits Times ha parlato del caso come “dell’ultimo episodio di violenza religiosa che secondo i critici è stata alimentata sotto il primo ministro Narendra Modi”.

Il mese scorso, Khurshid, appartenente al Partito del Congresso all’opposizione, aveva pubblicato un libro in cui paragonava il tipo di nazionalismo indù nato sotto Modi a gruppi estremisti come lo Stato islamico in Iraq e in Siria. La polizia ha riferito che gli aggressori hanno gridato slogan, lanciato pietre, rotto diverse finestre, saccheggiato l’ingresso e dato fuoco a una portadell’abitazione dell’uomo il 15 novembre. Il Times of India, citato da The Straits Times, ha poi riferito che il gruppo ha anche dato fuoco ad un’effigie di Khurshid, sparato e minacciato con una pistola la nuora del custode dell’abitazione.

Il 15 novembre, Khurshid, che è stato ministro degli Esteri dal 2012 al 2014, non si trovava sul luogo dei fatti ma era via con la sua famiglia. L’ex ministro ha però pubblicato alcune immagini delle conseguenze dell’attacco sui social media, commentando: “Vergogna è una parola troppo inefficace […] Speravo di aprire queste porte ai miei amici che hanno lasciato questo biglietto da visita. Sbaglio ancora a dire che questo non può essere induismo?”. Un importante legislatore del Partito del Congresso, Shashi Tharoor, ha affermato che l’attacco alla casa di Khurshid è stato “vergognoso”.Khurshid “è uno statista che ha… sempre articolato una visione moderata, centrista e inclusiva del Paese a livello nazionale. I crescenti livelli di intolleranza nella nostra politica dovrebbero essere denunciati da chi è al potere”, ha detto Tharoor su Twitter.

Lo Stato dell’Uttarakhand sarebbe stato caratterizzato da più episodi di violenza di matrice indù. Il mese scorso, ad esempio, una folla di circa 200 persone avrebbe attaccato una chiesa cristiana nello Stato. Il capo locale del Bharatiya Janata Party (BJP) aveva affermato che l’edificio era stato utilizzato per “raduni sospetti”.

Gli attivisti affermano che le minoranze religiose nell’India, Paese a maggioranza indù, hanno subito un aumento dei livelli di discriminazione e violenza da quando il Bharatiya Janata Party (BJP), il partito nazionalista indù di Modi, è salito al potere nel 2014. Il governo di Modi rifiuta l’accusa di avere un’agenda radicale “Hindutva” (egemonia indù) e insiste sul fatto che le persone di tutte le religioni abbiano uguali diritti.

Nel 2020, la Commissione degli Stati Uniti sulla libertà religiosa internazionale ha elencato l’India come “paese di particolare preoccupazione” per la prima volta dal 2004.

I critici dell’attuale governo di Nuova Delhi, hanno ripetutamente affermato che con l’esecutivo di Modi in India sarebbe aumentato il sentimento anti-islamico soprattutto a seguito dell’adozione, nel 2019, di leggi che, a detta di molti, avrebbero colpito i musulmani.

L’esecutivo di Nuova Delhi, il 5 agosto 2019, ha dapprima revocato l’autonomia dello Stato a maggioranza musulmana del Jammu e Kashmir, successivamente, l’11 dicembre 2019,ha approvato l’emendamento alla nuova legge sulla cittadinanza, ovvero il Citizenship Amendment Act (CAA). Con esso, ai migranti irregolari appartenenti alle minoranze religiose Hindu, Sikh, Buddiste, Jain, Parsi e Cristiane, in fuga da Pakistan, Bangladesh ed Afghanistan, dove sono perseguitati, è stato consentito ottenere con maggior facilità la cittadinanza indiana. L’unica fede esclusa dall’emendamento è stata quella musulmana, che in India conta un totale di circa 180 milioni di fedeli e che hanno accusato Modi di aver così interrotto la secolare tradizione di tolleranza indiana, mostrando un pregiudizio verso i cittadini musulmani.

In alcuni Stati indiani, poi, è stata approvata la legge contro le conversioni religiose “forzate e fraudolente” che prevede fino a 10 anni di carcere per chiunque sia ritenuto responsabile di aver costretto altri a cambiare religione o di averli indotti a convertirsi attraverso il matrimonio. Secondo la nuova legge, un uomo e una donna che appartengono a fedi religiose diverse dovranno inviare una comunicazione al magistrato del proprio distretto due mesi prima di sposarsi e potranno procedere se non saranno avanzate obiezioni. 

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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