Houthi in Yemen: il sequestro dei dipendenti dell’ambasciata degli USA

Pubblicato il 12 novembre 2021 alle 16:47 in USA e Canada Yemen

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Gli Stati Uniti hanno chiesto ai ribelli Houthi dello Yemen di rilasciare i cittadini yemeniti che lavorano per l’ambasciata statunitense nella capitale, Sana’a, che il gruppo è accusato di tenere sotto sequestro dall’11 novembre. 

Secondo quanto riportato da al-Jazeera English, che cita una dichiarazione rilasciata dal Dipartimento di Stato all’agenzia di stampa AFP, il complesso che in precedenza fungeva da ambasciata è stato preso d’assalto dal gruppo, l’11 novembre. La maggior parte delle persone al suo interno è stata rilasciata immediatamente liberata, secondo quanto riferito, ma i ribelli sono stati accusati di tenere sotto sequestro alcuni dei dipendenti. Non è stato specificato il numero di individui in questione. “Siamo preoccupati che il personale yemenita dell’ambasciata degli Stati Uniti a Sana’a continui a essere detenuto senza spiegazioni e chiediamo il loro rilascio immediato”, ha dichiarato il funzionario, esortando gli Houthi a “liberare immediatamente” il complesso e tutte le proprietà poste sotto sequestro. 

Gli Stati Uniti hanno trasferito le operazioni dell’ambasciata a Riad, in Arabia Saudita, nel 2015, a causa della guerra civile in Yemen. Alcuni cittadini yemeniti, però, hanno continuato a lavorare per l’amministrazione statunitense a Sana’a, nonostante i ribelli sciiti Houthi avessero preso il controllo della capitale, il 21 settembre 2014, avviando il conflitto ancora in corso. A proposito della guerra nel Paese, l’assalto all’edificio che fungeva da ambasciata degli USA arriva dopo che, il 10 novembre, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha imposto nuove sanzioni ai danni di tre ribelli Houthi, ritenuti responsabili di attacchi transfrontalieri verso l’Arabia Saudita e dell’aumento delle tensioni a Ma’rib, l’ultima roccaforte del governo yemenita deposto.  

Inoltre, l’attacco arriva anche dopo che, il 4 novembre, il Pentagono aveva annunciato che gli Stati Uniti hanno approvato una vendita di missili aria-aria da 650 milioni di dollari all’Arabia Saudita, finalizzata ad aiutare Riad “a contrastare le minacce attuali e future”. Si tratta del primo importante accordo sulle armi dell’amministrazione guidata da Joe Biden con il Regno del Golfo. Durante la campagna elettorale, Biden aveva assicurato che la sua amministrazione avrebbe “rivisto” le relazioni di Washington con gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita e che avrebbe sostenuto il blocco alle vendite di armi statunitensi verso i due Stati del Golfo, a causa del loro coinvolgimento nella guerra civile in Yemen e del rischio procurato per i civili che vivono nel Paese. 

La crisi yemenita, a detta di Washington, deve essere risolta solo con un accordo di pace. Motivo per cui, gli Stati Uniti continueranno a esercitare pressioni sui ribelli Houthi, anche attraverso sanzioni, fino al loro ritorno al tavolo dei negoziati. A tal proposito, il Dipartimento del Tesoro degli USA, il 10 giugno, aveva imposto nuove sanzioni contro membri di una “rete di contrabbando”, la quale avrebbe generato guadagni pari a milioni di dollari, a beneficio del movimento sciita. A detta degli USA, tali guadagni derivavano dalla vendita di diversi beni, tra cui petrolio iraniano, in buona parte destinati ai ribelli Houthi attraverso una “complessa rete di intermediari” e sedi in numerosi Paesi. Tra gli individui sanzionati vi erano due yemeniti e altri di cinque nazionalità diverse, tra cui indiani, somali ed emiratini. 

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione