Yemen: si riaccendono dissidi e tensioni a Sud

Pubblicato il 10 novembre 2021 alle 9:06 in Medio Oriente Yemen

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Il Consiglio di Transizione meridionale (STC), rappresentante dei gruppi separatisti del Sud dello Yemen, ha minacciato di ritirarsi dal governo yemenita, in segno di protesta contro le nomine approvate dal presidente Rabbo Mansour Hadi. Nel frattempo, ad Aden, capitale de iure dello Yemen, un giornalista è rimasto ferito, mentre la moglie è stata uccisa, a seguito di quello che è stato definito un “attentato terroristico”.

In particolare, il STC, organismo appoggiato dagli UAE, ha contestato la recente nomina, da parte del presidente Hadi, di nuovi direttori per due compagnie petrolifere e raffinerie di Aden. Tali decisioni, per i gruppi separatisti, sono da considerarsi “unilaterali e non consensuali” e, pertanto, non in linea con i principi alla base dell’accordo di Riad, siglato il 5 novembre 2019, e del governo unitario stesso. Parallelamente, il Consiglio di Transizione ha accusato l’esecutivo yemenita di ostacolare l’attuazione di alcune clausole della suddetta intesa, non ancora concretizzate. Il riferimento va, in particolare, alla redistribuzione delle forze e all’integrazione dei membri dell’esercito e dell’apparato di sicurezza, sia governativi sia del STC, sotto la guida dei Ministeri dell’Interno e della Difesa. Pertanto, il STC, il quale partecipa nel governo unitario con cinque dicasteri, ha chiesto misure urgenti e, soprattutto, la nomina dei governatori e direttori della sicurezza per i governatorati meridionali, una nuova amministrazione per la Banca Centrale, la ristrutturazione e il ripristino degli enti economici e di vigilanza, nonché la ricomposizione dei Ministeri della Difesa e dell’Interno e il trasferimento delle forze verso i fronti di combattimento contro le milizie Houthi.

In tale quadro, il 10 novembre, una fonte del governo yemenita, in condizioni di anonimato, si è detta rammaricata per quanto espresso dal STC e ha messo in luce l’importanza di completare la realizzazione dell’accordo di Riad. Non da ultimo, la fonte ha invitato le parti coinvolte a mostrare la propria buona volontà, soprattutto in un momento in cui le condizioni di vita, economiche e di sicurezza hanno raggiunto un livello catastrofico. Pertanto, è necessario allontanare tutto ciò che rischia di provocare ulteriori divisioni e una frammentazione interna, compromettendo gli sforzi volti a contrastare le milizie Houthi.

È stato l’accordo di Riad, raggiunto dal governo yemenita e dai gruppi secessionisti, rappresentati dal STC, a porre fine alle violente tensioni che, dal 7 agosto 2019, avevano avuto inizio nella città di Aden per poi propagarsi in altri distretti e città meridionali. Scopo dell’intesa è stato evitare un ulteriore “conflitto nel conflitto” in Yemen e scongiurare una spaccatura all’interno del fronte anti-Houthi, in particolare tra Riad e Abu Dhabi. Tra le diverse clausole concordate, vi è la formazione di un nuovo governo yemenita unitario, equamente suddiviso tra Nord e Sud, ufficialmente annunciato il 18 dicembre 2020. Un risultato simile è stato motivo di speranza da parte di chi credeva che ciò potesse portare alla risoluzione del più ampio conflitto yemenita, scoppiato a seguito del colpo di Stato Houthi del 21 settembre 2014. Tuttavia, nel corso degli ultimi mesi, non sono mancati scontri tra gruppi rivali e tensioni popolari sfociate da crisi di diverso tipo, carenza di elettricità e risorse idriche in primis, mentre i rappresentanti del STC hanno più volte esortato il governo yemenita a rispondere alle proprie richieste.

In tale quadro, il 9 novembre, l’esplosione di un’auto, nel distretto di Khor Maksan, nella città meridionale di Aden, ha causato il ferimento di un giornalista, Mahmoud al-Atmi, il quale collabora con le emittenti panarabe al-Arabiya e al-Hadath. La moglie, incinta, ha perso la vita. Secondo quanto riferito da fonti locali, un ordigno, posso sull’automobile nella quale le vittime viaggiavano, è stato fatto esplodere a distanza. Al momento, l’attacco non è stato ancora rivendicato, mentre il primo ministro yemenita, Maeen Abdul-Malik, ha riferito che il proprio governo è impegnato a contrastare il “pericolo imminente” di crimini terroristici e i tentativi di destabilizzare la sicurezza e la stabilità nella capitale provvisoria.

Nel frattempo, il più ampio conflitto yemenita, che ha avuto inizio a seguito del colpo di Stato Houthi del 21 settembre 2014, continua. Ad oggi, particolare attenzione viene rivolta verso Ma’rib, ultima roccaforte delle forze filogovernative nel Nord dello Yemen, oggetto di una violenta offensiva, lanciata dai ribelli Houthi nel mese di febbraio scorso. Circa gli ultimi sviluppi, la coalizione a guida saudita ha riferito, il 9 novembre, di aver ucciso 110 combattenti ribelli a seguito di 30 operazioni condotte, nelle 24 ore precedenti, contro il fronte occidentale di Sirwah e la regione di Jawf. Parallelamente, le forze della medesima alleanza hanno dichiarato di aver distrutto un sistema di difesa aerea del gruppo sciita posizionato nel Sud di Ma’rib, mentre l’esercito yemenita ha affermato, tramite il proprio portavoce, Abdo Majali, di aver inflitto gravi perdite ai ribelli Houthi presso i fronti meridionali di Dhanna, Juba e Umm Rish Bahreeb, oltre che ad al-Kassara e Sirwah. Il portavoce ha parlato, poi, di “decine di morti” e “centinaia di feriti”, provocati nel corso degli ultimi tre giorni.

Secondo quanto specificato dal portavoce, l’equipaggiamento dispiegato dai ribelli Houthi sui fronti meridionali di Ma’rib è stato in buona parte distrutto, nel corso di operazioni militari che hanno visto altresì la partecipazione dell’alleanza guidata da Riad, il cui contributo, soprattutto a livello aereo, è considerato rilevante. È dal 26 marzo 2015 che l’esercito filogovernativo è coadiuvato da una coalizione internazionale guidata dall’Arabia Saudita, formata anche da Emirati Arabi Uniti, Egitto, Sudan, Giordania, Kuwait e Bahrain. 

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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