Iraq, tentato attentato contro il premier: violenza “inaccettabile”

Pubblicato il 8 novembre 2021 alle 9:50 in Iraq Medio Oriente

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Sia le Nazioni Unite sia l’Unione Europea hanno espresso condanna per l’attacco che, il 7 novembre, ha preso di mira l’abitazione del primo ministro iracheno uscente, Mustafa al-Kadhimi.

In particolare, il Segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, attraverso il proprio portavoce, Stephane Dujarric, ha chiesto che gli autori di tale “crimine” vengano portati davanti alla giustizia e ha esortato la popolazione irachena ad esercitare moderazione e a rifiutare qualsiasi forma di violenza e tentativo di destabilizzare l’Iraq. I partiti politici, invece, sono stati invitati a “preservare l’ordine costituzionale e a risolvere le divergenze fra loro attraverso un dialogo pacifico che non escluda nessuno”. Le Nazioni Unite, dal canto loro, si sono dette impegnate a sostenere il governo e il popolo dell’Iraq nella ricerca di un futuro migliore.

Parallelamente, l’Alto rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, ha anch’egli condannato, a nome dell’istituzione, il tentato omicidio del primo ministro iracheno, sottolineando che qualsiasi atto di violenza è da ritenersi inaccettabile, e che non dovrebbe essere consentito minare il processo democratico iracheno. Ciò, spiega Borrell, soprattutto in una fase “post-elezioni”, la quale richiede calma, moderazione e dialogo politico da parte tutti gli attori coinvolti, a loro volta chiamati a cooperare per far fronte alle sfide attuali, nell’interesse del Paese e del popolo stesso. “L’UE continuerà a sostenere il popolo iracheno nel suo cammino verso la pace, la stabilità e la prosperità”, ha poi aggiunto Borrell.

Le dichiarazioni dell’Onu e dell’UE sono giunte dopo che, il 7 novembre, il premier iracheno uscente è rimasto illeso da un attentato sferrato nella notte, per mezzo di uno o più droni, contro la propria residenza, situata nella Green zone di Baghdad, un’area fortificata sede di istituzioni governative e ambasciate, tra cui quella statunitense. L’attacco, sino ad ora, non è stato ancora rivendicato, mentre al-Kadhimi, in un discorso rivolto alla nazione, ha riferito di stare bene. Secondo fonti militari locali, sei agenti della security presidenziale, invece, hanno riportato ferite. Commentando l’accaduto, il primo ministro ha affermato che “droni e missili non costruiscono la nazione”. “Conosciamo gli autori dell’attentato”, ha poi dichiarato il premier, ribadendo la determinazione ad arrestare i responsabili.

Nel precisare ulteriori dettagli su quanto accaduto, nella sera del 7 novembre, il portavoce del comandante in capo delle forze irachene, il maggiore generale Yahya Rasoul, ha affermato che sono stati due i droni impiegati, i quali sarebbero stati lanciati da un’area situata a 12 chilometri a Nord-Est di Baghdad. Inoltre, stando a quanto precisato, un altro drone è stato, invece, intercettato e abbattuto. Circa gli altri due, le forze irachene hanno affermato che questi volavano a bassa quota e, pertanto, non è stato possibile rilevarli. Appena dopo l’attentato, il Ministero dell’Interno iracheno aveva parlato di tre droni, due dei quali abbattuti.

L’attacco del 7 novembre è stato perpetrato in concomitanza con le proteste organizzate da centinaia di manifestanti affiliati a gruppi filoiraniani, i quali continuano a contestare i risultati delle ultime elezioni legislative, svoltesi il 10 ottobre. Le proteste hanno avuto un risvolto particolarmente violento nella giornata di venerdì 5 ottobre, quando i manifestanti hanno scagliato pietre contro la polizia, ferendo diversi agenti. Le autorità hanno risposto con gas lacrimogeni e proiettili, uccidendo almeno un manifestante. A riferirlo sono state fonti della sicurezza e fonti mediche all’ospedale di Baghdad.

Di fronte a tale scenario, il governo iracheno, riferendosi al tentato omicidio, ha fatto riferimento a “gruppi armati criminali che interpretano la moderazione e l’elevata professionalità delle forze di sicurezza e militari come un segnale di debolezza”. Al-Kadhimi, da parte sua, ha ribadito che organizzare elezioni legislative anticipate ha significato rispondere ad una delle principali richieste della popolazione irachena, scesa in piazza ad ottobre 2019, e che sono stati forniti tutti gli strumenti necessari volti a scongiurare una “guerra regionale”. Secondo alcuni analisti, la cui opinione è stata riportata dall’emittente al-Arabiya, il tentato omicidio e le proteste degli ultimi giorni sono un segnale della determinazione dei gruppi filoiraniani nell’opporsi non solo all’esito delle elezioni legislative, ma altresì a un eventuale secondo mandato per al-Kadhimi.

Sebbene l’Alta commissione elettorale sia ancora alle prese con il riconteggio dei voti, ad essere contestata è soprattutto la vittoria del clerico sciita Muqtada al-Sadr, a capo della coalizione Sairoon. Questo ha ottenuto, nello specifico, 72 seggi, su un totale di 329, seguito dalla coalizione sunnita “Taqaddum”, guidata dal presidente del Parlamento iracheno uscente, Mohamed al-Halbousi, la quale ha ottenuto 37 seggi. Per quanto riguarda Fatah, coalizione guidata da Hadi al-Amiri, capo dell’organizzazione Badr, affiliata alle Forze di Mobilitazione Popolare, questa ha ottenuto 17 seggi, il che rappresenta un forte calo rispetto alle elezioni del 12 maggio 2018, quando Fatah ottenne 48 seggi, costituendo il secondo maggiore blocco in Parlamento. Di fronte a tali risultati, i gruppi filoiraniani attivi in Iraq, tra cui le Forze di Mobilitazione Popolare, hanno organizzato proteste e sit-in sin dal 16 ottobre, in diverse regioni irachene, a poche ore di distanza dall’annuncio dei risultati preliminari finali delle elezioni parlamentari. In precedenza, però, si è trattato di movimenti perlopiù pacifici.

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione