L’Oman ha la chiave per ridurre le emissioni di carbonio

Pubblicato il 7 novembre 2021 alle 6:48 in Medio Oriente Oman

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Il Sultanato dell’Oman, al pari di altri Stati mediorientali e del Golfo, sta facendo passi in avanti nel settore delle rinnovabili, al fine di ottimizzare le risorse a disposizione e contribuire, al contempo, a contrastare i cambiamenti climatici. A tal proposito, una squadra di esperti sta testando una tecnologia che potrebbe essere la chiave per raggiungere l’obiettivo “zero emissioni”.

L’Oman sta costruendo impianti di energia rinnovabile in tutto il Paese, per aumentare la fornitura di energia pulita sia alle abitazioni sia alle industrie, in linea con gli impegni presi con l’Accordo di Parigi, firmato nel 2016. L’obiettivo posto dal Sultanato è generare il 30% dell’energia da fonti rinnovabili entro il 2030. In tale quadro, la Rural Areas Electricity Company “Tanweer” mira a ottenere il 20% di energia verde entro il 2025. Per raggiungere tale obiettivo, la compagnia omanita ha inaugurato, nel 2015, un impianto di energia solare nella Wilayat di al-Mazyona, nel governatorato di Dhofar, e ha avviato progetti di energia solare ibrida in 11 siti. L’impianto solare di al-Mazyona, il primo progetto commerciale a produrre elettricità utilizzando energia rinnovabile, si estende su un’area di 8.000 metri quadrati e ha una capacità produttiva annua di 550 megawatt all’ora.

In generale, in Oman, alcuni degli impianti sono già operativi, tra cui il parco eolico Dhofar da 125 milioni di dollari, sviluppato dalla Masdar di Abu Dhabi e finanziato dall’Abu Dhabi Fund for Development, con una capacità totale di 50 MW. Dopo l’avvio del parco di Dhofar, nel 2019, Muscat è riuscita a ridurre di più di 100.000 tonnellate le emissioni di CO2. Un altro progetto riguarda la centrale solare fotovoltaica Amin da 100 MW di Petroleum Development Oman, che ha iniziato le operazioni commerciali lo scorso anno. Parallelamente, la multinazionale anglo-olandese Shell ha già avviato il suo primo progetto “rinnovabile” in Medio Oriente proprio in territorio omanita. Si tratta dell’impianto solare Qabas da 25 megawatt Qabas, situato nella città di Sohar.

Nel frattempo, un team di scienziati e ingegneri ha testato una nuova tecnologia che cattura l’anidride carbonica dall’atmosfera, responsabile del riscaldamento del pianeta, e la inietta in ampi depositi di roccia di peridotite in Oman, dove viene immagazzinata. “Da nostri calcoli preliminari, è possibile affermare che nella regione vi è peridotite per mineralizzare fino a 50 trilioni di tonnellate di CO2, quasi ogni singola emissione dell’umanità dalla rivoluzione industriale”, ha affermato Talal Hasan, a capo della società di rimozione del carbonio dell’Oman 44.01.La società e il suo partner, Climeworks AG, una start-up svizzera specializzata nella cattura diretta dell’aria (DAC) del carbonio, affermano che “mineralizzare” il gas in roccia è “l’approccio più sicuro e sostenibile per lo stoccaggio di CO2”. Ciò si verifica in un momento in cui rimuovere anidride carbonica dall’aria è diventato un elemento fondamentale in molti piani nazionali, con cui si mira a limitare l’aumento del riscaldamento globale a 1,5 gradi.

L’Oman potrebbe sembrare un attore improbabile nella lotta ai cambiamenti climatici. Tuttavia, il Paese ospita alcune delle fasce di peridotite più grandi e più facilmente accessibili al mondo. Hasan ha dichiarato che 44.01 e Climeworks stanno ancora aspettando i risultati dei loro test iniziali condotti, nel corso dell’ultimo anno, nel Sultanato, ma si stima che potrebbe essere possibile mineralizzare una tonnellata di anidride carbonica per ogni tonnellata di peridotite. Il processo potrebbe essere più sicuro rispetto ad altre opzioni disponibili, come il pompaggio di carbonio nei giacimenti petroliferi esauriti. “È uno stoccaggio di anidride carbonica molto sicuro, a lungo termine, essenzialmente permanente” ha affermato Robin Mills, amministratore delegato della società di consulenza Qamar Energy.

Mentre l’Oman si è impegnato a ridurre le sue emissioni di gas serra di appena il 7% entro il 2030, la vicina Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti hanno promesso emissioni nette pari a zero rispettivamente entro il 2060 e il 2050. In tale quadro, la peridotite omanita potrebbe promuovere operazioni di “cattura diretta dell’aria” (DAC) in tutta la regione del Golfo, una proposta finora costosa. Inoltre, con il progetto 44.01-Climeworks, potrebbe essere possibile “vendere” spazio di stoccaggio nella roccia ad altri Paesi o aziende che cercano di ridurre le proprie emissioni nette. Lo stoccaggio “verificabile e permanente” della peridotite genererebbe “un credito di carbonio di altissima qualità”, ha affermato Mills.

Ad ogni modo, non si tratta di una strada priva di ostacoli. Le aziende stanno già acquistando e vendendo crediti di carbonio, ma Hasan ha affermato che la natura “disgiunta” del mercato richiede prezzi più regolamentati, qualcosa che potrebbe emergere dal vertice sul clima in corso a Glasgow, la cosiddetta COP26. La tecnologia stessa è tuttora costosa. Catturare il carbonio dall’atmosfera costa circa $ 600 per tonnellata, ma il capo del progetto Climeworks, Dirk Nuber, ha affermato che il prezzo potrebbe scendere a $ 200 con i giusti investimenti. Non da ultimo, gli attivisti di Greenpeace temono che l’aumento del sistema di crediti di carbonio attraverso il DAC possa consentire agli emettitori di pagare semplicemente per inquinare, invece di ridurre effettivamente la loro produzione di carbonio. “Il sistema dei crediti di carbonio apre le porte a un utilizzo significativo dell’attività di greenwashing”, ha affermato Ahmed El Droubi, attivista senior per il Medio Oriente e il Nord Africa presso Greenpeace, il quale ha aggiunto: “L’obiettivo principale dovrebbe essere la riduzione delle emissioni. Vogliamo lo zero reale”.

 

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo e inglese

di Redazione