Cisgiordania: scontri tra Israele e Palestina, muore un 13enne

Pubblicato il 6 novembre 2021 alle 12:36 in Israele Palestina

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Il Ministero della Salute della Palestina ha annunciato che un ragazzo palestinese di 13 anni è stato colpito e ucciso da colpi di arma da fuoco delle Forze israeliane durante gli scontri nella Cisgiordania, avvenuti venerdì 5 novembre.

A riportare la notizia, il medesimo venerdì, è stata l’agenzia di stampa statunitense Associated Press. L’adolescente, identificato come Mohammad Daadas, è morto a causa di una ferita da arma da fuoco allo stomaco, a Deir al-Hatab, nel Nord della Cisgiordania. Daadas è stato portato in un ospedale locale, dove il personale medico lo ha dichiarato morto.Il servizio medico della Mezzaluna Rossa Palestinese ha affermato che l’Esercito israeliano ha aperto il fuoco contro i manifestanti, dopo aver tentato di disperdere la folla attraverso gas lacrimogeni e proiettili di gomma. Inoltre, le strade dell’area erano state chiuse al traffico, impedendo alle ambulanze della suddetta organizzazione umanitaria di entrare nell’area. Al momento, non sono stati segnalati altri feriti gravi.

In una dichiarazione rilasciata, il medesimo venerdì, le autorità israeliane hanno riferito che decine di palestinesi vicino a Deir al-Hatab avevano iniziato a scagliare pietre contro le truppe israeliane. Queste ultime, di conseguenza, hanno risposto con armi da fuoco. Secondo quanto reso noto dall’agenzia di stampa palestinese Wafa, Daadas proveniva dal campo profughi di Askar, situato nella periferia della città Settentrionale di Nablus.

In tale quadro, è importante sottolineare che è alta la frequenza degli scontri tra le Forze israeliane e i palestinesi nella Cisgiordania, il venerdì. Negli ultimi sei mesi, le violenze si sono perpetrate nella vicina città di Beita, dove i palestinesi tengono manifestazioni contro la creazione di un avamposto israeliano non autorizzato. Secondo la Palestina, il blocco militare si troverebbe nel loro territorio.

Il giorno precedente, il 4 novembre, fonti palestinesi avevano riferito che le Forze di Israele avevano demolito una moschea a Duma, cittadina situata nei pressi di Nabulus, in Cisgiordania. Secondo quanto riportato da un funzionario palestinese del Nord della Cisgiordania, inizialmente, le Forze israeliane avevano trasportato bulldozer nella cittadina di Duma, per poi utilizzarli al fine di abbattere la moschea locale. Quest’ultima è stata costruita circa due anni fa e, da allora, accoglie i fedeli di un quartiere che ospita circa 50 abitanti, oltre a centinaia di residenti provenienti dalle zone circostanti. Non da ultimo, la medesima fonte aveva raccontato che le “Forze di occupazione” avevano altresì saccheggiato i terreni agricoli situati nel Sud della città.

La Cisgiordania è considerata un territorio sotto occupazione militare israeliana da parte delle Nazioni Unite, ed è soggetto alla Quarta Convenzione di Ginevra del 1949. Tale status è stato riconosciuto ai territori palestinesi dalla comunità internazionale nel 1967, in seguito alla Guerra dei Sei Giorni. In base agli Accordi di Oslo del 1993, poi, la Cisgiordania è divisa in tre settori amministrativi, denominate aree A, B e C. Nello specifico, l’area A, pari al 18% della Cisgiordania, è sotto il pieno controllo civile dell’Autorità Palestinese. L’area B viene amministrata in modo congiunto da Israele e Palestina e rappresenta circa il 22% del territorio palestinese. Infine, l’area C, pari al 61% della Cisgiordania, è controllata da Israele. A detta dei palestinesi, le autorità israeliane impediscono operazioni di costruzione o il recupero di terreni nell’area C senza una loro autorizzazione, che, tuttavia, non è semplice ottenere. Secondo i dati forniti dall’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari nei territori palestinesi, dall’inizio del 2021 al 18 ottobre, sono stati 698 gli edifici demoliti da Israele, il che ha provocato lo sfollamento di 949 palestinesi dall’area C.

La Cisgiordania ha di recente attirato l’attenzione delle comunità internazionale, dopo che Israele ha rivelato l’intenzione di proseguire con i propri progetti di costruzione di circa 3.000 unità abitative, da destinarsi a coloni israeliani. In particolare, il 27 ottobre, è stata data approvazione preliminare, da parte del comitato dell’amministrazione civile israeliana in Cisgiordania, a un piano per la costruzione di circa 3.100 unità abitative all’interno di insediamenti israeliani e 1.300 in villaggi e città palestinesi dell’area C della Cisgiordania. Secondo fonti locali, tale comitato avrebbe successivamente dato l’approvazione finale per la costruzione di 170 abitazioni e un’altra iniziale per 1.300 residenze destinate a palestinesi.

La mossa israeliana, tuttavia, non è stata ben accolta da alcuni Stati a livello internazionale. A tal proposito, il 28 ottobre, dodici Stati europei, tra cui anche l’Italia, la Francia e la Germania, hanno rilasciato una dichiarazione congiunta in cui hanno ribadito la propria opposizione alla “politica di espansione nei territori palestinesi occupati”, in quanto questa viola il diritto internazionale e mina gli sforzi profusi verso il raggiungimento di una soluzione a due Stati. Il commento degli Stati Uniti, invece, è giunto il 26 ottobre, data in cui il portavoce del Dipartimento di Stato degli USA, Ned Price, ha criticato la decisione israeliana, ritenendola non in linea con gli sforzi volti a disinnescare tensioni regionali e promuovere la calma. L’amministrazione statunitense, guidata da Joe Biden “si oppone fermamente all’espansione degli insediamenti”, ha affermato Price.

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Anna Peverieri, interprete di russo e inglese

di Redazione

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