Stati Uniti: approvata una vendita di missili all’Arabia Saudita

Pubblicato il 5 novembre 2021 alle 17:31 in Arabia Saudita USA e Canada

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Gli Stati Uniti hanno approvato una vendita di missili aria-aria da 650 milioni di dollari all’Arabia Saudita, secondo quanto ha annunciato il Pentagono, in quello che sarebbe il primo importante accordo sulle armi dell’amministrazione guidata da Joe Biden con il Regno del Golfo. 

In una dichiarazione rilasciata il 4 novembre, il Pentagono ha affermato che il Dipartimento di Stato degli USA ha approvato una vendita di missili, finalizzata ad aiutare Riad “a contrastare le minacce attuali e future”. “Questa proposta di vendita sosterrà la politica estera e la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, contribuendo a migliorare la sicurezza di un Paese amico che continua a essere una forza importante per il progresso politico ed economico in Medio Oriente”, ha affermato il Pentagono. L’azienda Raytheon sarebbe il contraente principale per la vendita di missili aria-aria a medio raggio e le relative apparecchiature.

L’ufficio per gli affari politico-militari del Dipartimento di Stato ha sottolineato, in una serie di post su Twitter, che i missili “non saranno utilizzati per colpire obiettivi terrestri”, ma serviranno a proteggere il Paese dagli attacchi transfrontalieri in aumento. La vendita non richiede l’approvazione del Congresso, ma i legislatori possono bloccare l’accordo approvando un disegno di legge di disapprovazione al Senato e alla Camera dei rappresentanti. Un simile caso si era verificato per un accordo, firmato dall’allora presidente degli USA, Donald Trump, nel 2017, per fornire all’Arabia Saudita 7 miliardi di dollari in armamenti. 

Tuttavia, la nuova amministrazione statunitense, con Joe Biden presidente dal 20 gennaio, aveva messo in pausa le vendite di armi all’Arabia Saudita e agli Emirati Arabi Uniti (EAU). Il 27 gennaio, nella sua prima conferenza stampa da segretario di Stato, Antony Blinken aveva affermato che gli accordi nel settore della Difesa erano “in via di revisione” al fine di preservare “gli obiettivi strategici e la politica estera” degli USA. Successivamente, il 16 febbraio, la Casa Bianca aveva riferito di star valutando la cancellazione degli accordi sulle armi con l’Arabia Saudita, limitando le future vendite militari alle armi “difensive”.

Già durante la campagna elettorale, Biden aveva assicurato che la sua amministrazione avrebbe “rivisto” le relazioni di Washington con gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita e che avrebbe sostenuto il blocco alle vendite di armi statunitensi verso i due Stati del Golfo, a causa del loro coinvolgimento nella guerra civile in Yemen. A tal proposito, il 22 maggio, il segretario di Stato, Antony Blinken, aveva affermato che risolvere il conflitto yemenita è in cima alle priorità del proprio Paese, e che Washington continua a cooperare con partner e alleati per portare pace in Yemen. Tra le prime mosse della nuova amministrazione, il 16 febbraio, le milizie Houthi erano state rimosse dalla lista delle organizzazioni terroristiche straniere e da quella degli Specially Designated Global Terrorist (SDGT), sovvertendo la decisione dell’ex presidente, Donald Trump. Come affermato dal segretario di Stato, i responsabili degli attacchi missilistici contro l’Arabia Saudita sarebbero stati designati come terroristi individualmente.

La crisi yemenita, a detta di Washington, può essere risolta solo con un accordo di pace. Motivo per cui, gli Stati Uniti continueranno a esercitare pressioni sui ribelli Houthi, anche attraverso sanzioni, fino al loro ritorno al tavolo dei negoziati. A tal proposito, il Dipartimento del Tesoro degli USA, il 10 giugno, ha imposto nuove sanzioni contro membri di una “rete di contrabbando”, la quale avrebbe generato guadagni pari a milioni di dollari, a beneficio del movimento sciita. A detta degli USA, tali guadagni derivano dalla vendita di diversi beni, tra cui petrolio iraniano, in buona parte destinati ai ribelli Houthi attraverso una “complessa rete di intermediari” e sedi in numerosi Paesi. Tra gli individui sanzionati vi sono due yemeniti e altri di cinque nazionalità diverse, tra cui indiani, somali ed emiratini. Parallelamente, sono stati sanzionati enti con basi nel Golfo, a Istanbul e a Sana’a, capitale yemenita posta sotto il controllo dei ribelli.

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione