Iraq: tensioni a Baghdad, circa 125 feriti

Pubblicato il 5 novembre 2021 alle 16:41 in Iraq Medio Oriente

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Circa 125 individui, di cui 27 civili, sono rimasti feriti, venerdì 5 novembre, a seguito di scontri scoppiati nella capitale irachena, Baghdad, tra forze dell’ordine e gruppi di manifestanti, oppositori dei risultati delle ultime elezioni legislative, svoltesi il 10 ottobre scorso.

Il bilancio, al momento preliminare, è stato confermato dal Ministero della Salute iracheno. A riportare la notizia è l’emittente al-Arabiya, la quale ha specificato che le forze di sicurezza sono intervenute per costringere i manifestanti ad allontanarsi dalla Green Zone, un’area fortificata della capitale, sede di istituzioni e ambasciate, tra cui quella statunitense. Proprio in tale zona, le forze antisommossa si erano ampiamente dispiegate sin dalle prime ore del mattino, in previsione di fenomeni di ribellione. Testimoni oculari hanno raccontato di aver notato, dalla notte tra il 4 e il 5 novembre, decine di veicoli militari, con a bordo membri della sicurezza, giungere nella Green Zone, per poi posizionarsi nei diversi punti di entrata. Il Comando operativo di Baghdad aveva riferito di aver delineato un piano volto alla protezione dell’area, che prevedeva il dispiegamento di centinaia di uomini e barriere anche in altri punti della capitale, piazza Tahrir inclusa.

Ciò, però, non è stato sufficiente a prevenire tensioni, scoppiate dopo che i membri di gruppi filoiraniani hanno provato a prendere d’assalto la Green Zone, per poi scontrarsi con gli agenti già dispiegati nell’area. Un incendio è divampato all’interno di una delle tende dei manifestanti vicino a uno dei cancelli, mentre media locali hanno diffuso la notizia di uno stato di emergenza, proclamato dalle forze di sicurezza irachene allo scoppio dei violenti scontri.

I gruppi filoiraniani, promotori delle proteste, hanno considerato la giornata di oggi, venerdì 5 novembre, “l’ultima possibilità” per contestare i risultati di elezioni considerati falsificati, prima di iniziare una fase di “lamentele” ancora maggiore. In particolare, tali fazioni, membri del cosiddetto “Quadro di coordinamento delle forze sciite”, denunciano quella che è stata definita una “manomissione (dei voti) da parte di mani straniere”. Il suddetto “Quadro” comprende anche la coalizione Al-Fatah guidata da Hadi al-Amiri, la coalizione dello Stato di diritto, guidata da Nuri al-Maliki, il National Wisdom Movement, con a capo Ammar al-Hakim e la coalizione Nasr di Haider al-Abadi. Tali attori sciiti, in una dichiarazione rilasciata il 4 novembre, hanno affermato: “La Commissione elettorale sta ancora agendo con sospetto nel trattare i ricorsi presentati e supportati da prove e argomentazioni”. “Chiediamo al Consiglio giudiziario supremo e alla stimata Corte federale di intervenire efficacemente per salvare il Paese dal pericolo di ciò che la commissione incapace ha causato”, è stato aggiunto, mentre la popolazione è stata esortata a scendere in piazza. Ad ogni modo, tali partiti hanno altresì invitato a preservare il carattere pacifico dei movimenti di protesta. L’invito a manifestare è giunto due giorni dopo che l’Alta Commissione Elettorale indipendente ha dato nuovamente la possibilità di presentare ricorso, al fine di consentire alle forze perdenti l’opportunità di presentare prove chiare sulle accuse di frode.

Sebbene l’Alta commissione elettorale sia ancora alle prese con il riconteggio dei voti, ad essere contestata è soprattutto la vittoria del clerico sciita Muqtada al-Sadr, a capo della coalizione Sairoon. Questo ha ottenuto, nello specifico, 72 seggi, su un totale di 329, seguito dalla coalizione sunnita “Taqaddum”, guidata dal presidente del Parlamento iracheno uscente, Mohamed al-Halbousi, la quale ha ottenuto 37 seggi. Per quanto riguarda Fatah, coalizione guidata da Hadi al-Amiri, capo dell’organizzazione Badr, affiliata alle Forze di Mobilitazione Popolare, questa ha ottenuto 17 seggi, il che rappresenta un forte calo rispetto alle elezioni del 12 maggio 2018, quando Fatah ottenne 48 seggi, costituendo il secondo maggiore blocco in Parlamento. Di fronte a tali risultati, i gruppi filoiraniani attivi in Iraq, tra cui le Forze di Mobilitazione Popolare, hanno organizzato proteste e sit-in sin dal 16 ottobre, in diverse regioni irachene, a poche ore di distanza dall’annuncio dei risultati preliminari finali delle elezioni parlamentari. In precedenza, però, si è trattato di movimenti perlopiù pacifici.

I risultati delle elezioni del 10 ottobre devono ancora essere confermati dalla Corte federale irachena e, al momento, nessuna coalizione sembra aver raggiunto la maggioranza necessaria ad andare al governo, pari a 165 seggi. Ad ogni modo, per il Quadro di coordinamento delle forze sciite, non si potrà procedere con i negoziati per formare un esecutivo fino a quando non verrà corretto l’esito del processo elettorale, apparentemente caratterizzato da “confusione”. Inoltre, sono state richieste prove legali che provino la trasparenza e la legittimità di qualsiasi risultato finale. Da parte sua, la Commissione elettorale ha riferito di aver subito pressioni, mentre ha più volte messo in luce la trasparenza del processo elettorale. Anche l’esecutivo uscente, guidato dal premier Mustafa al-Kadhimi, ha ribadito l’integrità delle ultime elezioni, seppur affermando che obiettarne i risultati è un diritto legittimo.

Una delle novità delle elezioni del 10 ottobre, rispetto alle precedenti, è stata proprio la presenza di osservatori internazionali, inviati anche dalle Nazioni Unite e dall’Unione Europea, il cui obiettivo è stato garantire l’equità e la trasparenza del processo elettorale e prevenire fenomeni di frode e astensione, dissipando i timori di chi temeva violenze e compravendita di voti, elementi che hanno spinto la popolazione ad avere scarsa fiducia. Come affermato, il 7 settembre, dall’Alto rappresentante delle Nazioni Unite in Iraq, Jeanine Hennis-Plasschaert, lo svolgimento delle elezioni sarebbe stato molto diverso dal 2018, considerato che vi sarebbero state nuove rigide misure. Parallelamente, il presidente iracheno, Barham Salih, il primo ministro al-Kadhimi e i leader delle forze politiche hanno firmato una nuova intesa denominata “Codice di condotta elettorale”, che ha obbligato i partiti a non interferire con i compiti del Commissione Elettorale, e creare pari opportunità per i candidati.

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione