Crisi Libano-Golfo: il premier libanese favorevole alle dimissioni di Kordahi

Pubblicato il 5 novembre 2021 alle 9:03 in Libano Medio Oriente

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Di fronte alla crisi diplomatica che vede coinvolti il Libano e alcuni Paesi del Golfo, Arabia Saudita in primis, il premier libanese, Najib Mikati, ha esortato il ministro dell’Informazione, George Kordahi, responsabile di tale lite, a dare priorità all’interesse nazionale del Libano. Tale dichiarazione è stata vista come un invito, per Kordahi, a dimettersi.

Le parole del capo dell’esecutivo di Beirut sono giunte il 4 novembre. Mikati, in particolare, ha espresso la determinazione della propria squadra a risolvere la questione, attraverso una precisa tabella di marcia, ma ha affermato che nessun partito può monopolizzare il Paese da solo. “Il Paese non può essere governato dal linguaggio della sfida e dell’arroganza. Coloro che pensano di poter imporre la propria opinione con la forza del blocco e dell’escalation verbale si sbagliano”, ha dichiarato il primo ministro, di ritorno dal vertice sul clima di Glasgow. “Si sbaglia anche chi crede di poter guidare i libanesi verso scelte che li allontanino dalla loro storia e appartenenza araba e che minano i buoni rapporti con i Paesi del Golfo arabo, in particolare con l’Arabia Saudita”, ha aggiunto Mikati. Rivolgendosi a Kordahi, il premier ha poi dichiarato che questo dovrebbe privilegiare interessi popolari e nazionali e non populisti e a prendere la posizione “che dovrebbe essere presa”, ascoltando la propria “coscienza”.

In tal modo, il ministro dell’Informazione sarebbe stato esortato a dimettersi. Nei giorni scorsi, anche altre personalità libanesi, tra cui l’ex premier Saad Hariri, avevano espresso posizioni simili. Le parole di Kordahi sono state considerate un duro colpo per le relazioni fraterne e gli interessi comuni che legano il Libano ai Paesi arabi, soprattutto ai membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC). Da parte sua, Mikati, sin dallo scoppio della crisi, ha sottolineato che le parole del ministro libanese non riflettono la posizione del governo, il quale rifiuta qualsiasi offesa contro il Regno ed è impegnato a ripristinare relazioni e legami storici.

L’origine della crisi diplomatica è da far risalire alle dichiarazioni di Kordahi, rilasciate nel corso di un’intervista registrata il 5 agosto, quando il ministro non era ancora membro dell’esecutivo, e diffuse dal 26 ottobre su social network legati ad al-Jazeera. In particolare, Kordahi, oltre a ritenere il conflitto in Yemen “assurdo” e futile, ha affermato che i ribelli sciiti Houthi, protagonisti del perdurante conflitto civile in Yemen, agiscono per “autodifesa” e, pertanto, non dovrebbero essere considerati “aggressori”, in quanto questi mirano semplicemente a difendersi da attacchi esterni.

Per Riad, la quale guida una coalizione internazionale a sostegno delle forze yemenite filogovernative, le dichiarazioni del ministro libanese hanno rappresentato “un nuovo episodio di posizioni riprovevoli emesse da funzionari del Libano nei confronti del Regno e delle sue politiche”. Alla luce di ciò, il 29 ottobre, l’Arabia Saudita ha vietato tutte le importazioni dal Libano e ha concesso all’ambasciatore libanese 48 ore per lasciare il Paese del Golfo. Riad ha altresì vietato ai suoi cittadini di recarsi in Libano e ha richiamato in patria il suo ambasciatore a Beirut. Poco dopo, anche il Bahrein e il Kuwait hanno adottato misure simili, mentre, il 30 ottobre, gli Emirati Arabi Uniti (UAE) hanno richiamato il proprio ambasciatore e hanno richiesto agli emiratini espatriati in Libano di ritornare in patria.

In tale quadro, non è mancata la risposta del gruppo paramilitare sciita sostenuto dall’Iran, Hezbollah, il quale ha accusato l’Arabia Saudita di aver “prefabbricato” la crisi in corso con il Libano. Inoltre, per il partito, la reazione di Riad alle dichiarazioni di Kordahi è paragonabile a una “dichiarazione di guerra”. Per il cosiddetto “numero due” di Hezbollah, Naïm Kassem, l’Arabia Saudita “non aveva il diritto di interferire” negli affari libanesi. Nel frattempo, nonostante gli appelli al dialogo lanciati dal Libano, Riad ha ritenuto “non necessario” trattare con Beirut fino a quando il Paese sarà “dominato” da Hezbollah. “Il problema va ben oltre i semplici commenti di un ministro”, secondo il ministro degli Esteri saudita, Faisal bin Farhan, il quale ha denunciato “l’egemonia di Hezbollah sul Libano”.

I rapporti tra Beirut e Riad sono tesi da diversi anni, soprattutto a causa della crescente influenza di Hezbollah, alleato dell’Iran, nella scena politica libanese. In tale quadro si colloca altresì la mossa del Regno del Golfo del 25 aprile scorso, data in cui l’Arabia Saudita ha deciso di vietare l’import di frutta e verdura dopo aver sventato un tentato contrabbando di 5,3 milioni di pillole Captagon presso il porto di Gedda, dove le sostanze stupefacenti erano state poste in casse che avrebbero dovuto contenere melograni. 

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione