Iran, è ufficiale: i negoziati sul nucleare riprenderanno il 29 novembre

Pubblicato il 4 novembre 2021 alle 8:03 in Iran Medio Oriente

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Teheran ha annunciato che i colloqui sul nucleare iraniano, volti a ripristinare l’accordo noto come Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), riprenderanno a Vienna il 29 novembre prossimo.

Stando a quanto specificato, il 3 novembre, dal viceministro degli Esteri iraniano, Ali Bagheri Kani, altresì capo negoziatore per Teheran, la data è stata definita nel corso di una conversazione telefonica con il mediatore dell’Unione Europea, Enrique Mora. “Abbiamo concordato di avviare i negoziati, volti alla rimozione di sanzioni illegali e disumane, il 29 novembre a Vienna”, sono state le parole di Bagheri su Twitter, con riferimento alle misure che gli Stati Uniti hanno imposto contro l’Iran dopo che, l’8 maggio 2018, si sono unilateralmente ritirati dall’intesa. La ripresa dei colloqui è stata confermata anche dall’Unione Europea, la quale ha reso noto che i prossimi negoziati saranno presieduti da Mora, il quale agirà per conto del capo della politica estera dell’UE, Josep Borrell. Il Servizio europeo per l’azione esterna dell’UE, in una dichiarazione del 3 novembre, ha specificato che i prossimi incontri vedranno altresì la partecipazione di rappresentanti degli altri Paesi firmatari, i quali si impegneranno in discussioni con l’obiettivo di favorire un possibile ritorno di Washington nel JCPOA e garantire la piena applicazione dell’accordo da tutte le parti coinvolte.

Dal canto loro, gli USA, attraverso il Dipartimento di Stato, hanno accolto con favore gli sforzi europei per persuadere l’Iran a tornare ai negoziati il 29 novembre, e hanno fatto sapere che sarà Robert Malley a guidare la delegazione statunitense. Tuttavia, come affermato dal portavoce del Dipartimento di Stato, Ned Price, i negoziati non potranno durare all’infinito. Ad ogni modo, a detta di Price, se Teheran “farà sul serio”, si potrà giungere a risultati in tempi “relativamente brevi”, risolvendo quelle questioni rimaste in sospeso a giugno scorso.  Parallelamente, il 3 novembre stesso, il segretario generale del Consiglio supremo di sicurezza nazionale iraniano, Ali Shamkhani, ha dichiarato che i negoziati volti a rilanciare l’accordo del 2015 falliranno, a meno che il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, non riesca a garantire che Washington non si ritiri di nuovo dall’intesa. “Il presidente americano, a cui manca il potere, non è pronto a offrire garanzie. Se la situazione attuale continua, l’esito dei negoziati è chiaro”, ha scritto Shamkhani in un tweet.

Gli ultimi negoziati sul nucleare iraniano avevano avuto inizio il 6 aprile e, nonostante l’ottimismo espresso da più parti nel corso dei sei round, non hanno portato ad alcun risvolto significativo. Poi, il 17 luglio, sono stati sospesi, alla luce del “periodo di transizione” vissuto da Teheran con l’elezione di un nuovo presidente, Ebrahim Raisi. Ai meeting hanno partecipato, all’interno di una “Commissione mista”, delegati di Iran, Cina, Russia, Germania, Francia e Regno Unito. Anche una delegazione degli USA si è recata a Vienna, ma non ha preso parte all’incontro con gli altri Paesi, in quanto Teheran si è rifiutata di negoziare in modo diretto con Washington fino a una completa rimozione delle sanzioni. Pertanto, sono stati gli altri Paesi a fare da spola tra le delegazioni iraniana e statunitense, nel quadro di colloqui indiretti.

Bagheri, definito un “diplomatico conservatore”, dal 14 settembre scorso ha sostituito il precedente viceministro degli Esteri per gli affari politici, Abbas Araghchi, il quale, oltre ad essere considerato un negoziatore chiave negli incontri che hanno portato all’accordo del 2015, ha guidato sei round di colloqui a Vienna. A seguito dell’interruzione dei negoziati, Teheran è stata più volta esortata dalle potenze occidentali a sedersi nuovamente al tavolo delle trattative con l’obiettivo di rilanciare l’accordo. Gli Stati Uniti, dal canto loro, hanno evidenziato come non avrebbero aspettato all’infinito.

Il 27 ottobre scorso, l’Iran ha sì accettato di continuare le trattative ma l’amministrazione Raisi ha fatto sapere che queste non riprenderanno dal punto esatto in cui queste erano state interrotte sotto la presidenza di Hassan Rouhani. Inoltre, Teheran ha più volte riferito che il suo obiettivo è vedere revocate tutte le sanzioni imposte dall’amministrazione Trump, comprese le misure non direttamente legate al dossier sul nucleare.

A tal proposito, il ministro degli Esteri iraniano, Hossein Amirabdollahian, nel corso di una conferenza stampa tenuta poco prima dell’annuncio di Bagheri del 27 ottobre, ha affermato che il proprio Paese non desidera iniziare dal punto in cui i negoziati erano stati bloccati e che non accetterà la formula che è stata raggiunta nei colloqui di Vienna. Inoltre, il medesimo ministro ha chiesto agli Stati Uniti di rilasciare fondi iraniani dal valore di 10 miliardi di dollari, congelati a causa delle sanzioni imposte da Washington, per mostrare la propria “buona volontà”.

Il Joint Comprehensive Plan of Action è stato firmato durante l’amministrazione di Barack Obama, il 14 luglio 2015, a Vienna, da parte di Iran, Cina, Francia, Russia, Regno Unito, Stati Uniti, Germania e Unione Europea. Questo prevede la sospensione di tutte le sanzioni nucleari imposte precedentemente contro l’Iran dall’Unione Europea, dall’Onu e dagli USA, in cambio della limitazione delle attività nucleari da parte del Paese mediorientale e ispezioni dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica presso gli impianti iraniani. L’8 maggio 2018, durante la presidenza di Donald Trump, Washington si è ritirata unilateralmente dall’accordo, imponendo nuove sanzioni contro Teheran che hanno, da un lato, aggravato le condizioni economiche del Paese mediorientale, e, dall’altro lato, acuito le tensioni tra Iran e Stati Uniti. 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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