Thailandia: manifestanti e politici contro la legge sulla lesa maestà

Pubblicato il 2 novembre 2021 alle 11:47 in Asia Thailandia

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

Migliaia di manifestanti pro-democrazia si sono riversati nel centro di Bangkok, il 31 ottobre, sfidando le misure per arginare la diffusione dei contagi di coronavirus, per chiedere l’abrogazione della legge sulla lesa maestà, ovvero la sezione 112 del Codice penale thailandese, che rende reato insultare la monarchia. Dopo le manifestazioni, il più grande partito di opposizione thailandese, Pheu Thai, ha chiesto una revisione parlamentare dell’uso della legislazione sulla sicurezza.

A margine della manifestazione, parlando con The Straits Times, il leader delle proteste Panusaya “Rung” Sithijirawattanakul ha affermato: “Oggi protestiamo per abolire la 112. A causa di questa legge non possiamo avere la libertà di parola. Non possiamo dire nulla sui problemi che hanno a che fare con la monarchia e su come possa migliorare”. Sebbene la richiesta dei manifestanti per la riforma della monarchia e per la rimozione della Sezione 112 non sia nuova, le tensioni sull’uso della legge sono aumentate a seguito di una serie di arresti e accuse contro i manifestanti, appartenenti al movimento studentesco. Secondo gli avvocati thailandesi per i diritti umani, almeno 145 persone sono attualmente accusate ai sensi della Sezione 112 del Codice penale thailandese. I media locali hanno riferito che cinque attivisti sono ancora in custodia in attesa del processo con l’accusa di diffamazione reale e tra questi vi sono i leader del movimento di protesta Parit “Penguin” Chiwarak e l’avvocato per i diritti umani Arnon Nampa.

La manifestazione del 31 ottobre è rimasta pacifica e si è conclusa alle 20:30, ora locale. Tuttavia, una fazione dei manifestanti si è poi spostata in moto verso altre aree, tra cui Din Daeng, ha lanciato fuochi d’artificio e ha continuato a protestare. Altri hanno annunciato una campagna per raccogliere 1 milione di firme per sostenere l’abolizione della sezione 112.

Intanto, nella sera del 31 ottobre, Pheu Thai ha proposto al Parlamento di riesaminare le modalità di utilizzo e di modifica delle leggi, per liberare i “prigionieri di coscienza” e ripristinare la fiducia nel sistema.  Il partito d’opposizione ha fatto riferimento a più leggi tra cui la sezione 112 del Codice penale, che prevede pene detentive fino a 15 anni di carcere. Al momento, almeno 1.634 persone, di cui 28 detenute in custodia cautelare, stanno affrontando accuse relative alle proteste thailandesi del 2020 contro il primo ministro Prayut Chan-o-cha, secondo un conteggio compilato dal gruppo Thai Lawyers for Human Rights. All’inizio del 2021, il Parlamento aveva respinto una proposta di modifica della legge sugli insulti reali, avanzata da 44 legislatori di un altro partito di opposizione, Move Forward. Il Parlamento aveva affermato che la proposta aveva violato la Costituzione, che tiene al re spetti una posizione di “venerazione”.

Le proteste del 2020 erano nate come un movimento pacifico organizzato on-line da gruppi studenteschi che hanno poi coinvolto più strati della popolazione, scesa nelle piazze dal 18 luglio 2020. Il movimento di dissenso era nato di fronte alla crescente influenza dell’Esercito nel governo e al ruolo della monarchia. Le loro principali richieste erano e sono una Costituzione più democratica, le dimissioni del primo ministro e riforme monarchiche. All’inizio del 2021, il movimento aveva però perso vigore a causa di molti arresti dei suoi leader, delle preoccupazioni e delle restrizioni per il coronavirus, nonché delle controversie sulla sua visione critica della monarchia, facendo emergere divisioni su tattiche, ideologie e richieste. Le proteste thailandesi hanno poi assistito ad un nuovo aumento ad agosto 2021 in quanto i manifestanti che hanno iniziato a chiedere le dimissioni del premier nel 2020 sono tornati in strada con un seguito maggiore di persone insoddisfatte per la gestione della pandemia.

La manifestazione del 31 ottobre è arrivata alla vigilia della riapertura della Thailandia ai turisti vaccinati provenienti da oltre 60 Paesi e territori possono che, dal primo novembre, possono tornare a visitare il Paese senza bisogno di quarantena. La riapertura è un’ancora di salvezza vitale per il settore dei viaggi e del turismo thailandese, che, un tempo, rappresentava quasi un quinto del suo reddito nazionale. Il primo novembre, il presidente degli aeroporti della Thailandia, Nitinai Sirismatthakarn, ha dichiarato al Bangkok Post che sono attesi circa 7.000 arrivi stranieri all’aeroporto di Suvarnabhumi.

Panusaya ha negato un nesso tra la riapertura e la manifestazione del 31 ottobre aggiungendo che, anche se la popolazione non protestasse, alla gente sarebbe chiaro come il Paese non sia migliorato sotto l’attuale governo. Dal primo novembre, nel Paese è entrata in vigore una nuova ordinanza che vieta i raduni e le attività rischiose, soprattutto nelle 17 province designate per la riapertura al turismo, a meno che tali attività non siano specificamente autorizzate dalle autorità. All’inizio della scorsa settimana, Prayut aveva chiesto ai manifestanti di non rovinare l’immagine della Thailandia con proteste di piazza, dicendo che avrebbero scoraggiato i visitatori.

Leggi Sicurezza Internazionale, il quotidiano italiano interamente dedicato alla politica internazionale

Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione