Filippine: ucciso un leader dell’insurrezione comunista

Pubblicato il 2 novembre 2021 alle 18:53 in Asia Filippine

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Le forze delle Filippine hanno ucciso il comandante ribelle comunista Jorge Madlos, noto con il nome di battaglia Ka Oris, durante un raid nella regione meridionale di Mindanao Settentrionale.

Il primo novembre, il segretario alla Difesa delle Filippine, Delfin Lorenzana, ha dichiarato che, due giorni prima, le forze governative avevano ucciso Madlos nella provincia di Bukidnon, nella regione di Mindanao Settentrionale. Lorenzana ha descritto la morte del ribelle come un duro colpo per il gruppo di guerriglieri del New People’s Army, che aveva già subito vari contraccolpi.

Il comandante militare regionale, il generale Romeo Brawner, ha detto che gli abitanti di un villaggio vicino alla città di Impasug-ong avevano informato i militari della presenza di circa 30 ribelli che stavano dialogando con i residenti. Secondo il resoconto di Lorenzana, le forze filippine hanno schierato aerei da combattimento per sparare razzi contro la posizione dei ribelli, che i militari hanno detto essere protetta da mine antiuomo, prima che fosse ordinato un assalto a terra. Dopo uno scontro a fuoco durato meno di un’ora, le truppe hanno trovato i corpi di Madlos, 72 anni, e del suo medico, i loro fucili d’assalto e le munizioni. Brawner ha dichiarato: “Giustizia è stata fatta per quei civili innocenti e per le loro comunità che ha terrorizzato per diversi decenni”, riferendosi al leader ucciso.

I guerriglieri hanno però dichiarato su un sito web collegato al gruppo che Madlos stava viaggiando con un medico ribelle su una motocicletta per ricevere cure mediche quando le forze governative li hanno uccisi. I ribelli hanno detto che sia Madlos, sia il suo medico erano disarmati e che non è avvenuto alcun attacco aereo o scontro a fuoco.

Per molti decenni, Madlos è stato una figura di spicco e un portavoce dei combattenti comunisti nell’entroterra montuoso delle Filippine meridionali. Per anni, i comandanti militari delle Filippine hanno incolpato l’uomo e le sue forze di attacchi mortali contro agenti di sicurezza, nonché di attentati a compagnie minerarie e a piantagioni agricole per estorcere denaro a imprese locali e straniere. Madlos è stato accusato dai militari di aver contribuito a pianificare un attacco del 2011 da parte di oltre 200 guerriglieri a tre complessi minerari di nichel nella provincia meridionale di Surigao del Norte. In tale occasione, i ribelli avevano saccheggiato il sito dopo aver disarmato le guardie e aver tenuto in ostaggio diversi dipendenti.

Madlos era un attivista studentesco che aveva lasciato l’università e aveva iniziato a vivere in clandestinità dopo che l’allora dittatore filippino Ferdinand Marcos aveva dichiarato la legge marziale nel 1972. Madlos aveva portato avanti l’insurrezione anche dopo essersi ammalato di più di un decennio fa.

L’esercito delle Filippine ha affermato che rimangono tra 3.500 e 4.000 combattenti. I colloqui di pace mediati dalla Norvegia tra l’amministrazione del presidente Rodrigo Duterte e i guerriglieri sono falliti dopo che entrambe le parti si sono accusate a vicenda di nuovi attacchi mortali.

Lo scorso 5 febbraio, Duterte aveva dato ordine all’Esercito e alla polizia di uccidere i ribelli comunisti nel caso in cui dovessero affrontarli in uno scontro armato. Il presidente aveva specificato di “finire” coloro che fossero rimasti vivi” e di assicurarsi che le loro salme vengano riconsegnate alle rispettive famiglie. Duterte aveva dichiarato: “Dimenticatevi dei diritti umani. Questo è il mio ordine. Sono disposto ad andare in galera […] Non mi faccio scrupoli a fare ciò che devo fare”. Rivolgendosi direttamente ai ribelli comunisti, Duterte aveva quindi annunciato: “Siete tutti banditi. Non avete un’ideologia. Anche la Cina e la Russia sono capitaliste adesso”. Il presidente aveva però promesso loro lavoro, abitazioni e buone condizioni di vita se abbandoneranno le armi. Successivamente,  il 7 marzo scorso, 8 uomini e una donna erano stati uccisi durante un’operazione delle forze di sicurezza contro vari gruppi a sostegno delle libertà civili, considerati appartenenti al “fronte comunista” dal governo di Manila. L’episodio aveva provocato l’allarme delle Nazioni Unite, giunto il 9 marzo seguente.

Dal 1968, nelle Filippine, sono presenti gruppi comunisti che hanno lottato contro il governo e che hanno dato vita a quella che è stata definit “una delle rivolte maoiste più longeve del mondo”. Secondo l’Esercito, la ribellione comunista avrebbe causato la morte di 30.000 persone negli ultimi 53 anni. In tale arco temporale, più presidenti filippini hanno cercato di raggiungere accordi di pace con i ribelli, senza, però, ottenere successo. Il leader della rivolta, Jose Maria Sison, è al momento, in esilio volontario nei Paesi Bassi, dal 2016. In tale anno, Duterte aveva promesso che avrebbe messo fine all’insurrezione attraverso negoziati di pace. Tuttavia, dopo aver istituito un meccanismo di dialogo, in seguito a frequenti scontri armati, nel 2017 il presidente filippino aveva messo fine al processo di pace e aveva designato ufficialmente i comunisti come terroristi. A quel punto è iniziata una nuova ondata di repressione che prevedeva anche ricompense sulle uccisioni dei ribelli. Nel 2018, le filippine hanno poi creato un’apposita task-force. I critici di Duterte ritengono che, oltre ai ribelli, il governo stia colpendo anche i politici di sinistra in generale, gli accademici, i giornalisti e gli attivisti, accusandoli di essere comunisti.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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