COP26: Draghi e Guterres lanciano avvertimenti

Pubblicato il 1 novembre 2021 alle 16:26 in Italia UK

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La COP26, la conferenza sul clima organizzata dalle Nazioni Unite, è entrata nel vivo. Tra le personalità che hanno rivolto discorsi nella giornata di oggi, primo novembre, vi sono stati il primo ministro italiano, Mario Draghi, e il Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres.

I leader provenienti da circa 200 Paesi del mondo si sono incontrati, da ieri, 31 ottobre, a Glasgow, in Scozia, con l’obiettivo di discutere di iniziative congiunte volte a contrastare gli effetti più disastrosi del cambiamento climatico. Ad inaugurare le due giornate di lavori vi è stato il primo ministro britannico, Boris Johnson, il quale ha evidenziato la necessità di agire nell’immediato, in quanto “più aspettiamo più sarà costoso”. Il premier di Roma, invece, ha messo in luce come il cambiamento climatico possa avere gravi ripercussioni per la pace e la sicurezza, in quanto “può esaurire le risorse naturali e aggravare le tensioni sociali. Può portare a nuovi flussi migratori e contribuire al terrorismo e alla criminalità organizzata”.  “Il costo dei disagi per le famiglie e le aziende nei Paesi a basso e medio reddito ammonta a ben 390 miliardi di dollari l’anno”, ha dichiarato il premier a Glasgow.  Motivo per cui, per Draghi “questa Cop 26 deve essere l’inizio di un nuovo slancio, un salto quantico nella nostra lotta contro il cambiamento climatico”.

Non da ultimo, per il presidente del Consiglio dei ministri, è necessario andare oltre quanto già fatto al G20, tenutosi nella capitale italiana il 30 e il 31 ottobre, agendo in modo “più rapido e deciso”. “Le generazioni future ci giudicheranno per ciò che otteniamo o che non riusciamo a raggiungere. Dobbiamo coinvolgerli, ascoltarli e, soprattutto, imparare da loro”, ha affermato il premier. Quest’ultimo ha poi parlato della necessità di creare nuove forme di collaborazione tra i settori pubblico e privato e di impiegare il denaro disponibile, pari a decine di trilioni, in modo “intelligente”. A tal proposito, le banche multilaterali e, nello specifico, la Banca mondiale, sono chiamate a condividere con il settore privato i rischi che questo non può permettersi e, più in generale, a rendere il denaro utilizzabile per profondere sforzi positivi. “Questa è la prima buona notizia che ci ha dato oggi il primo ministro Johnson: i soldi non sono un problema, se vogliamo usarli bene”, ha sottolineato il premier italiano, il quale ha altresì riferito che Roma ha triplicato il suo contributo, arrivando a 7 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni, per aiutare i Paesi più vulnerabili.

Ulteriori moniti sono stati lanciati da Guterres, il quale, nel suo intervento di apertura, ha sottolineato che gli ultimi sei anni, dalla COP21 di Parigi, “sono stati i più caldi mai registrati” e, al momento, ci troviamo “sull’orlo di una catastrofe climatica”, soprattutto se si considera che i recenti rapporti sul clima hanno mostrato la previsione di un disastroso aumento di 2,7 gradi della temperatura globale. Motivo per cui, per il Segretario generale, il vertice sul clima appena iniziato deve porsi l’obiettivo di agire per “salvare l’umanità” e salvaguardare il pianeta, in un momento in cui “stiamo scavando le nostre stesse tombe”. Nello specifico, a detta di Guterres, i Paesi devono mantenere vivo l’obiettivo dell’accordo di Parigi, ovvero limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi Celsius, ma, al contempo, mantenere alte le proprie ambizioni, chiedendo soprattutto la decarbonizzazione delle economie globali. “È ora di dire basta”, ha affermato Guterres rivolgendosi ai leader mondiali, aggiungendo: “Basta brutalizzare la biodiversità. Basta ucciderci con il carbonio. Basta trattare la natura come un gabinetto. Basta bruciare, perforare e scavare più a fondo”.

L’obiettivo cardine del vertice di Glasgow è evitare un aumento della temperatura media globale di oltre 1,5 °C rispetto ai livelli preindustriali, un traguardo per il quale sarebbe necessario ridurre le emissioni di gas serra del 45% entro il 2030. Secondo alcuni, tale impegno, stabilito anche nella dichiarazione finale del G20 di Roma, non è concreto e, pertanto, si confida che dalla COP26 possano emergere obiettivi più chiari. Alcuni grandi Paesi, come Cina, India e Russia, chiedono più tempo (il 2060 anziché il 2050) per la decarbonizzazione e non ritengono vincolanti gli 1,5 gradi in più, ma si accontenterebbero di rimanere al di sotto dei 2 gradi.

In tale quadro, prima ancora del G20 e della COP26, anche l’Arabia Saudita, il maggiore esportatore di petrolio al mondo, il 23 ottobre, ha annunciato che intende raggiungere una quota di emissioni nette di gas serra pari a zero, entro il 2060. Tale obiettivo verrà raggiunto all’interno di un programma di economia circolare del carbonio, basato su quattro punti, “ridurre, riutilizzare, riciclare e rimuovere”, in linea con il piano di sviluppo del Regno. Riad si è poi impegnata a raddoppiare i tagli alle emissioni di carbonio già previsti per il 2030, le quali potrebbero essere ridotte di 278 milioni di tonnellate all’anno, invece delle 130 pianificate. Al contempo, il principe ereditario, Mohammed bin Salman, ha promesso che verranno piantati 450 milioni di alberi e verranno create enormi aree di terra entro il 2030, oltre a ripristinare 8 milioni di ettari di terreni degradati e designare nuovi terreni come aree protette, fino a raggiungere il 20% dei territori totali. 

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo e inglese

di Redazione

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